“Herat, sotto comando italiano, è la seconda città afghana per numero di tossicodipendenti”. Per capire come mai gli afghani abbiano cominciato a farsi di eroina, quasi non fossero il popolo martoriato dalla guerra e vessato dall’occupazione straniera, bisogna tornare al 2001, anno in cui ha inizio il conflitto tutt’ora in corso contro Talebani e al-Quaida. Lo fa Enrico Piovesana in ‘Afghanistan 2001-2016, la nuova guerra dell’oppio‘ (2016, Arianna Editrice). A partire dai primi, sconcertanti dati sull’aumento esponenziale della produzione di oppio dopo l’ottobre 2001, il rapporto tra la guerra e l’eroina è inscindibile. “Gli americani si sono accordati con i grandi trafficanti pur di controllare il territorio, una strategia cinica che vede coinvolte anche le truppe alleate”, spiega Piovesana. Il risultato? I contadini afghani coltivano solo oppio. Il governo dice di combatterlo, invece glielo ruba con l’aiuto delle truppe straniere per raffinarlo e arricchire i narcotrafficanti che siedono ai vertici dello Stato. Coinvolti tutti, compresa la Nato. E mentre l’oppio riscrive il destino di un popolo che non conoscerva il significato della parola “tossicodipendente”, tonnellate di eroina partono verso l’Europa, dove l’Italia che rappresenta il secondo mercato dopo la Gran Bretagna spende 120 milioni l’anno per sostenere l’esercito governativo. Un traffico che si trasforma in liquidità per la finanza mondiale e che oggi rappresenta un affare da un miliardo di dollari l’anno per l’Isis, che ringrazia. Niente male per una guerra autorizzata dall’Onu che solo nel 2015 ha causato 40mila morti. “L’infamia di tutte le infamie”, la definisce Massimo Fini, presente alla presentazione del libro di Piovesana a Milano, dove li abbiamo intervistati