Se l’importanza di Torino nel panorama nazionale si valuta dall’eco mediatico dell’elezione del prossimo sindaco della città della Mole i torinesi devono prepararsi al peggio. Delle elezioni a Torino si è parlato pochissimo a livello nazionale. Anche a livello locale il tono è soporifero nonostante non siano mancati colpi di scena con candidati annunciati, ricusati, ripresi e tematiche scottanti di fondo. La tenzone elettorale a Torino è stata molto sabauda, quasi sonnacchiosa, anche se i temi del possibile scontro sono decisamente tanti: evidentemente nessuno voleva passare per troppo aggressivo. Risultato: i sondaggi riportano che quasi un torinese su due non andrà a votare o si asterrà. Intanto i politici continuano a riempire di faccioni le vie e di santini le buche delle lettere. Forse non gli hanno spiegato che oramai il voto va cercato ma soprattutto coltivato nel medio periodo e in Rete.

Cos’era successo alle ultime elezioni? Aveva vinto, quasi stravinto, Piero Fassino e il Pd di quei tempi, riconosciuto ai tempi come “di sinistra”. Fassino era ritornato a Torino dopo la carriera politica nazionale ed aveva trovato la sua città rinnovata ma indebitata come nessun’altra, quasi in default finanziario, dopo anni un po’ troppo di cicale piuttosto che di formiche. Una Torino alla ricerca di una sua dimensione che ha dimenticato la sua fama di città di manifattura e produzione industriale, ma che grazie al suo Politecnico e a un substrato di cervelli pensanti, mantiene un ruolo importante nell’innovazione e nell’imprenditoria. Una Torino in cui è rimasto al potere nei posti nevralgici quel gruppo di persone legate a potentati politici ed economici che oramai tutta l’opposizione chiama il Sistema Torino, un’oligarchia politico – economica – amicale che paradossalmente oramai si è addirittura ristretta, quasi un Gianduiotto Magico, simile al Giglio Magico toscano di Matteo Renzi.

In questi 5 anni Fassino ha cercato di pilotare Torino fuori dal tracollo economico ma molti dei suoi assessori non si sono decisamente dimostrati all’altezza. Il sindaco per troppo tempo è stato impegnato in vicende fuori da Torino, per poi rientrarci in maniera troppo evidente solo negli ultimi mesi.
In questi 5 anni il Pd è diventato da un partito di sinistra – centro, partito di centro – centro.
In questi 5 anni Torino ha sofferto una crisi economica devastante in cui si dimena ancora, a cui poco sono serviti proclami e iniziative. I giovani che possono se ne vanno, quelli che restano fanno quello che possono.
In questi 5 anni in Consiglio comunale l’opposizione vera l’hanno fatta i consiglieri dei 5 Stelle e quelli della destra, mentre quelli di centrodestra si sono spesso addormentati, per non dire di rappresentanti post berlusconiani che sono clamorosamente confluiti nel Pd.

Risultato di questo e altro ancora: quasi senza far campagna elettorale a inizio 2016 il Movimento 5 Stelle e la sua candidata sindaca Chiara Appendino si sono trovati accreditati di un buon 25% degli elettori. Segno che tutto lo sfolgorio comunicativo del fuoco amico di Fassino non è bastato. Qualcosa non ha funzionato anche perché il sindaco ha capito da subito che stava perdendo i sostenitori di sinistra. Le componenti di sinistra, della città., vicine ai sindacati hanno deciso di correre da sole in due versioni con Giorgio Airaudo e Marco Rizzo. Per il centrodestra e dintorni le cose come a Roma con sigle e candidati in libertà. Ha tentato la volata lunga Roberto Rosso che in primavera ha tappezzato la città con la sua faccia. Osvaldo Napoli è stato quasi subito il prescelto di Berlusconi ma non è mai riuscito a portarsi dietro molto altro. Ultimo arrivato ma forse il personaggio più interessante, il notaio Alberto Morano che ha cercato di mettere insieme intorno alla sua persona e al suo fare moderato destra e Lega Nord. Poi ci sono un’altra decina di candidati, tra cui qualcuno con idee da tenere da conto.

Ma da subito si è capito che il duello era Fassino-Appendino e soprattutto che Torino, il villaggio di Asterix, in cui da decenni non si vedeva un sindaco che non fosse di sinistra o qualcosa di assimilabile, è una città contenibile e che la Appendino potesse davvero farcela a vincere al ballottaggio. Il Pd e i suoi alleati sono andati nel panico cercando di raggranellare alla meglio tutti i consensi possibili anche con metodi vagamente poco ortodossi. Non si sono accorti forse che il voto dei cittadini è oramai in libera uscita e libero come non mai.

Gli ultimi sondaggi prima del loro blackout pre-elettorale parlano di un primo turno con un Fassino intorno al 40% e Appendino poco sotto il 30%. Se non ci saranno cataclismi difficilmente ipotizzabili si arriverà quindi al ballottaggio ed è difficile capire come può andare a finire: Fassino pare prevalere nei sondaggi ma dell’1-2%, una quota decisamente poco rassicurante.
Il Movimento 5 Stelle ha realizzato una campagna molto lunga con una Chiara Appendino dai toni rassicuranti e l’espressione delle sue competenze piuttosto che lo scontro frontale con lo status quo. Nel frattempo nel Movimento 5 Stelle si è consumata la frattura con il suo compagno di consigliatura Vittorio Bertola, che non sarà neanche nella rosa dei candidati assessori.

Certo è che fra il 5 e il 19 giugno 2016 a Torino se ne vedranno di belle come non mai.