Se ci si addentra tra le infinite voci e postille della bolletta elettrica se ne scoprono delle belle. Spulciando qua e là, tra testi e regolamenti per addetti ai lavori, ci si può ad esempio imbattere nella differenza tra tariffe per le utenze di tipo “domestico residente” (quindi le nostre case) e quelle per le utenze destinate ad “altri usi” (come gli stabilimenti industriali). Una questione un po’ tecnica che però, senza saperlo, coinvolge tutti i consumatori, visto che l’illuminazione del vano scala, che paghiamo in bolletta, è classificata come “altri usi” e prevede una tariffa di gran lunga più alta.

Nel caso infatti delle utenze di tipo “domestico residente”, con potenza impegnata di 1,5 KW, una famiglia deve versare ogni anno 57,70 euro per le “quote fisse”. Nel caso invece di un utente “non domestico”, a parità di potenza impegnata, l’esborso annuale relativo alle “quote fisse” sale a 174,68 euro. Cioè più di tre volte tanto. A entrambi si aggiungono poi le altre componenti di natura tributaria e, ovviamente, il reale consumo di energia.

Come si spiega un divario così ampio? L’Autorità per l’energia spiega che tra i “non domestici” c’è maggiore morosità e i costi in più devono essere spalmati a danno di chi paga regolarmente. Inoltre, i “non domestici” usano maggiormente la rete elettrica e quindi ci sono maggiori oneri per tenerla in equilibrio. “Le differenze tariffarie tra usi domestici e non domestici sono abnormi e la forbice tra i due è troppo estesa: la morosità eccessiva a nostro avviso non basta a giustificare tali differenze, e non appare giusto spalmare i costi derivanti dai mancati pagamenti sugli utenti onesti che saldano regolarmente le bollette”, commenta Carlo Rienzi, presidente del Codacons, secondo cui “andrebbe semmai avviata una politica di recupero delle morosità che introduca maggiore equità nel settore delle utenze non domestiche”.

Ma se si va più a fondo si scopre altro. Per l’illuminazione del vano scala di un condominio e per il funzionamento del campanello della porta, le società elettriche fanno sottoscrivere un contratto di utenza “per altri usi”, che appunto è molto più oneroso. Tutto nella norma, visto che è la stessa Autorità per l’Energia a considerare il vano scala “non domestico” (oltre le due unità abitative) e lo classifica come se si trattasse di una sorta di stabilimento commerciale o industriale.

E tuttavia, i dubbi sono leciti. Innanzitutto la scala di accesso agli appartamenti non produce reddito, tanto è vero che non è oggetto di autonoma compravendita immobiliare. Inoltre, il contratto di categoria “altri usi” non si concilia con il fatto che le società applicano l’Iva agevolata al 10% sulle fatture bimestrali delle utenze “luce scala”, tipica dell’uso abitativo. Insomma, il contratto risulta “domestico” per le somme destinate all’Erario e “non domestico” per il fornitore di energia che introita le quote fisse moltiplicate. “La questione dimostra ancora una volta come il settore dell’energia sia una giungla, e come sia difficile per l’utente conoscere e comprendere nel dettaglio le varie voci che compongono tariffe e fatture”, commenta ancora Rienzi.