Conoscere per decidere. Vecchio adagio pieno di verità. L’Italia nei prossimi mesi affronterà il referendum costituzionale e i cittadini dovranno esprimersi sulla più ampia riforma della nostra Costituzione da quando la stessa è stata partorita dai nostri padri costituenti. Tocqueville sosteneva che la democrazia è il potere di un popolo informato, figuriamoci se si tratta di cambiare “le regole del gioco”. Si può essere d’accordo o meno con quanto hanno deciso il governo e la maggioranza che lo sostiene, ma esprimersi in materia presuppone almeno una certa conoscenza dei temi in discussione. Per il momento non ci siamo proprio.

La scadenza referendaria è solo un plebiscito pro o contro Renzi, con quest’ultimo, per il ruolo ricoperto, in assoluto vantaggio informativo. Si potrebbe dire che siamo alle solite, il referendum si è trasformato in un’occasione di guerra dei potenti di turno per sbaragliare il campo di chi si oppone. Film già visto se non fosse che stavolta c’è di mezzo la Costituzione, quell’insieme di norme che Terracini definiva il patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano. Eppure una discussione sui temi avrebbe anche il vantaggio di svelenire il clima, di fare del referendum un’autentica opportunità democratica e non un fatto divisivo.

Non basteranno perciò i soliti blandi richiami al pluralismo dell’Agcom. Il rilevo del referendum costituzionale imporrebbe invece un impegno straordinario soprattutto delle principali emittenti televisive, le quali dovrebbero organizzare appositi spazi di informazione e di discussione delle ragioni del no e del sì sui contenuti della riforma. Per raggiungere questo scopo il Parlamento, se fosse realmente interessato, potrebbe adottare rapidamente norme che impongano alle autorità competenti un’effettiva vigilanza e ai soggetti titolari di emittenti private di trasmettere specifici programmi di approfondimento nei loro palinsesti.

Quanto alla Rai, si è fatta una riforma che prometteva mare e monti sulla distanza tra la politica e il servizio pubblico. Ci troviamo invece di fronte al più macroscopico utilizzo dei canali pubblici da parte del governo e dei suoi alleati. Tutto ciò in aggiunta alla carente applicazione delle regole della par condicio (per le amministrative siamo già in periodo protetto) e della vituperata legge Gasparri che pure contiene norme sul pluralismo che se osservate a qualcosa servirebbero. In sostanza, proprio la televisione, che resta il primo strumento d’informazione, dovrebbe avere il compito guida di un autentico e democratico confronto. Forse una pia illusione, visti i contenuti e le presenze sul tema referendario fino ad ora andati in onda.

Intanto, tra l’assenza di un reale contraddittorio e dichiarazioni ad effetto, tanti cittadini ancora non hanno capito esattamente in cosa consiste la modifica oggetto del referendum (peraltro il quesito mette insieme l’assenso o il dissenso su argomenti tra loro eterogenei). Non sarà certo la rete a supplire alle mancanze della Tv. Milioni di elettori sono lontani dall’uso di Internet (come ben testimoniano le classifiche europee) e questi stessi elettori, che saranno comunque decisivi, hanno tutto il diritto di conoscere la sostanza e le conseguenze della riforma costituzionale proposta. Dovrebbe perciò essere interesse di tutte le forze politiche che il popolo sia adeguatamente informato. È in gioco non solo la Costituzione, ma lo stesso modo di concepire il sistema democratico. Se non sarà così, il sospetto di strisciante autoritarismo che caratterizza la riforma, potrebbe diventare una certezza.