Partiamo dalle buone notizie: è finita anche questa edizione di Amici. Per una volta, cosa rara, le buone notizie sembrano essere accompagnate da altre buone notizie: a questo giro non è ravvisabile un altro caso The Kolors, quindi a breve potremo archiviare la faccenda come un brutto ricordo passeggero, di quelli che un qualsiasi subconscio è in grado di rimuovere agevolmente. Perché la quindicesima edizione di Amici (la faccenda del numero di edizioni di Amici è un po’ come quella degli scudetti della Juventus, loro dicono quindici, anche se in realtà all’inizio si chiamava in altro modo e il format era assai diverso) è stata vinta da Sergio Sylvestre e la cosa verrà presto archiviata come irrilevante: un figlio dei talent in meno ad ammorbarci la vita.

Procediamo con ordine, però. Questa edizione, lo avevamo scritto già alla partenza del serale, settimane fa, è stata all’insegna dei BIG più che dei concorrenti. Insomma, Maria De Filippi che da sempre detta le mode, un po’ come Madonna, si è ritrovata a seguirle, adeguandosi al trend imperante negli altri talent. A differenza di Madonna, però, che ormai da anni non ne azzecca una, Maria ha guardato agli altri talent e si è andata a prendere alcuni pezzi forti, quasi a voler dimostrare forza e strapotere. Quindi ha schierato un cast tra giudici, coach, capisquadra o come diavolo si chiamano, che avrebbe fatto invidia a una qualsiasi edizione del Festival di Sanremo: Elisa, Emma, J-Ax, Nek tra i capisquadra, Loredana Bertè, Sabrina Ferilli e Anna Oxa tra i giudici, Morgan, jolly libero battitore. Poi, Virginia Raffaele a vestire i panni della comica. E ancora un quarto giudice diverso ogni puntata, a partire dal re di House of Cards Kevin Spacey. In un serale, addirittura, contravvenendo a ogni logica aziendale, a fare il quarto giudice è stato chiamato Carlo Conti, mentre sulla sua RAI1 andava in onda l’ultima puntata di Ballando con le stelle. Gesto irrituale, quello, e anche piuttosto controverso.

Insomma, Maria ha schierato un sacco di assi, andando a prendere J-Ax da The Voice e Morgan da X Factor. Ci si sarebbe potuto aspettare un po’ di più da tanti nomi, ma probabilmente proprio l’eccessiva quantità di personalità ingombranti ha spinto gli autori e la regia a fare un lavoro di sottrazione, finendo per appiattire un po’ il tutto. Niente liti furibonde tra Oxa e Bertè, per dire, almeno fino alla serata finale, con Anna Oxa impegnata in un “suo personalissimo show”. Morgan, che ha dispensato qualche perla di saggezza (si fa per dire), è ormai votato anima e corpo a interpretare se stesso, poco interessato, quindi, a fare spettacolo. Tanti Big schierati quindi, e un paio di assi sottratti alla concorrenza. Stessa cosa capitata, tra l’altro, anche per quanto riguarda i concorrenti: diversi i volti ripescati proprio dagli altri talent, altro gesto in controtendenza. Ieri, infatti, in finale si vedevano tra i quattro concorrenti, ben due ex The Voice, Elodie e Lele Esposito, e la fucsia crinuta cantante può annoverare anche un passaggio sfortunato a X Factor, tanto per non farsi mancare niente.

Quindi, ricapitolando, molti personaggi in campo e poco spazio, non poteva che essere così, per i concorrenti. Esattamente come a The Voice. Esattamente come a X Factor. Del resto, e questo è un problema dei talent in Italia, oggi, dopo così tante edizioni di così tanti programmi dedicati alla ipotetica scoperta di talenti (quindici di Amici, dieci di X Factor, quattro di The Voice, più Italia’s Got Talent, Operazione Trionfo e chi più ne ha più ne metta), l’idea che ci siano davvero talenti nascosti da qualche parte appare davvero fantascientifica, meglio puntare su altro.

Il punto di forza di questa edizione di Amici sono state le coreografie di Giuliano Peparini. Veri e propri quadri in movimento, davvero belle e mai eccessive, come invece capita a X Factor, dove a volte i balletti e le scenografie schiacciano i concorrenti. Quindi, non ce n’è: se le coreografie sono il punto di forza unanimemente riconosciuto di un programma che ha nella musica il suo core business, forse c’è un problema. E ieri, questo “problema” si è evidenziato ulteriormente. Perché il primo a essere eliminato è stato Lele, contratto firmato con la Sony, unico della covata a proporre musica propria. Poi è toccato a Gabriele, unico ballerino arrivato in finale. E a quel punto c’è stato spazio per la finalissima, tra i due indicati sin dall’inizio come i pretendenti al premio finale, Sergio Big Boy Sylvestre, due metri e otto di altezza, origini metà messicane e metà haitiane, nato a Los Angeles e da qualche anno in Puglia, contratto firmato con la Sony e singolo scritto da Ermal Meta (autore anche del brano che ha fatto guadagnare la vittoria a The Voice a Alice Paba) e Elodie Di Patrizia, voce calda ma non precisissima, capelli fucsia, album appena uscito per Universal e prodotto da Emma e dal suo fonico Mattioni.

Il problema, si diceva. Le due cose che hanno colpito di più sono, rispettivamente, l’essere un gigante di colore di oltre due metri e l’avere i capelli fucsia. Niente canzoni. Niente voci incredibili. Niente di niente. Entrambi, certo, con storie da raccontare alle spalle, e in questo la invasività del format ha sicuramente agevolato una fidelizzazione verso questi ragazzi che li farà anche “muovere” (per qualche ora). Ma la qualità, santo Iddio, quella proprio non c’è.

La finale quindi ha visto contrapposti Elodie, data alla vigilia vincitrice, a Sergio il gigante. E a sorpresa è stato Sergio a vincere. In barba ai pronostici. E anche in barba a quello che poi il mercato chiederà. Perché è evidente che Elodie ha più chance di sopravvivere, almeno per le sagre dell’estate. Forse anche per quelle autunnali. Gli ascolti, visto che pur sempre di spettacolo televisivo si tratta, sono stati buoni (5.835.000 spettatori, per uno share del 29,19%). Dormano sonni tranquilli i The Kolors: il loro Oh Oh Oh Oh potrà imperversare ancora a lungo negli spot Vodafone. Dopo Giosada a X Factor, anche Amici ha puntato sul nulla. L’anno prossimo, gira voce, Maria De Filippi chiamerà anche Mika e Dolcenera nel cast, e magari anche Corrado Guzzanti, che ieri ha avuto l’ardire di esordire con la sua serie Dov’è Mario?non sia mai che la concorrenza abbia cartucce da sparare. Quelle ce le teniamo tutte noi, alla più brutta sappiamo che uso farne.