Band torinese dedita al Surf’n’Roll, i Monaci del Surf si presentano sul palco con kimono e maschere da luchadores (quelle utilizzate dagli atleti messicani di lotta libera) che coprono i loro volti. Dopo due anni passati ininterrottamente sui palchi d’Italia, i Monaci del Surf sono tornati in studio per portare a compimento quella che hanno da sempre considerato una trilogia: da qualche giorno infatti è uscito il loro terzo album Monaci del Surf III, che è una raccolta di cover suonate in chiave surf, oltre a due inediti: “Sono le nostre canzoni del cuore “– racconta il bassista Mattia il Cobra“. “Ed è strano che abbiamo pubblicato tre dischi, visto che già al primo pensavamo di averle messe già tutte in campo”. I MdS rielaborano sigle di programmi televisivi come il Pranzo è servito o colonne sonore come Game of Thrones. “Eseguendo cover, le maschere servono a togliere l’attenzione dal palco per darla esclusivamente alle casse… alla musica. In fondo vogliamo essere dei rocker anonimi o jukebox umani“. Composto da 14 cover strumentali – si parte da Heart Shaped Box dei Nirvana, passando per One Step Beyond dei Madness fino a Il cuore è uno Zingaro di Nicola Di Bari – qui trovate l’intervista integrale al bassista della band.

copertina-disco-monaciMi parli del vostro Monastero di provenienza?
Il monastero è un posto che un tempo esisteva fisicamente: a differenza di molte altre cose mitiche legate alla band, quello era proprio reale e si trovava sulla collina di Torino, il punto dove è partita la nostra avventura. Il monastero era la nostra sala prove e negli anni abbiamo sempre ricercato un posto dove suonare simile a quello.

Chi sono i Monaci del Surf?
La band nasce a Torino in occasione di alcune serate durante le quali gli organizzatori reclutavano band rockabilly, surf o garage, quasi come fosse il loro un tentativo di dare un’idea antologica dei generi alle nuove generazioni, per farglieli vedere e ascoltare soprattutto. Una sera venne a mancare la band surf, e così chiesero a noi di rimpiazzarla. All’epoca noi, poco più che ventenni, infatuati dalle proteste dei monaci birmani che si davano fuoco per l’indipendenza, in segno di solidarietà decidemmo di vestirci da monaci tibetani e mettemmo in scena un bello spettacolo. Siamo stati chiamati più volte a partecipare a quelle serate, finché nel 2011 abbiamo deciso di formare la band.

Perché vi esibite con delle maschere da luchadores?
Perché suonando cover è nostra intenzione togliere l’attenzione dal palco e darla alle casse, alla musica: vogliamo essere rocker anonimi, un po’ alla Pearl Jam, ma senza Eddie Vedder. Dei Juke-box umani.

La copertina del vostro ultimo disco, in effetti, ricorda l’ultimo dei Pearl Jam, Lightning Bolt, per la scelta dei colori.
Beh sì, i colori sicuramente, il nero il bianco e il rosso, ma cerchiamo di non essere così “massicci” nell’imitare.

Come mai avete scelto dei nomi di animali per voi membri della band?
Dopo esserci arrivata la proposta della Inri di registrare dischi – cosa che non era nelle nostre intenzioni, visto che suonavamo per puro divertimento – per ognuno degli album abbiamo voluto creare un immaginario: il primo album l’abbiamo vissuto da luchadores, ognuno con una maschera di colore diverso; nel secondo abbiamo deciso di avere tutti le stesse maschere, ce le siamo fatti fare su misura in base alle nostre idee metafisiche ed esoteriche, ma a quel punto eravamo tutti uguali e avevamo bisogno di distinguerci almeno nei nostri nomi. Così abbiamo fatto una delle nostre riunioni monacali, un po’ in stile Spinal Tap, in cui amanti del rock e del metal discutono animatamente prima di prendere una decisione, arrivando anche a metterci due o tre giorni tenendo conto di tutte le sfumature e le sfaccettature possibili. Alla fine abbiamo deciso di scrivere ognuno su un bigliettino, quale sarebbe stato il simbolo totemico della band. È stato specificato varie volte che non doveva essere per forza un animale, poteva essere anche un tornado, uno tsunami, cose evocative, ma alla fine tutti hanno scelto un animale. Sembrava uno zoo.

Voi fate soprattutto cover: passate da Donatella Rettore ai Nirvana a il Cuore è uno zingaro con gran nonchalance: qual è il criterio in base al quale scegliete le canzoni da reinterpretare?
Sono le nostre canzoni del cuore. È strano che abbiamo fatto tre dischi perché già al primo pensavamo di averle messe tutte in campo. Sono sigle di programmi televisivi italiani come il Pranzo è servito o colonne sonore di film come Game of Thrones, Lo chiamavano Trinità o di Guerre stellari. Sono le canzoni che avremmo voluto scrivere noi e da mascherati è quello che ci piace suonare. Per scegliere i brani che facciamo su disco organizziamo delle votazioni pazzesche, di tipo papali, per cui capita che brani che tutti vorrebbero suonare non passano perché magari quel giorno in particolare non raggiungono il quorum. Per esempio, per suonare Il cuore è uno zingaro ho dovuto aspettare sei anni, mentre per Parlami d’amore Mariù, che considero il suo b-side ideale, ho perso le speranze. C’è una fase più o meno democratica in cui inizialmente tutti propongono i brani che vorrebbero eseguire in chiave surf, cercando di convincere gli altri che siano i pezzi della vita. Dopo una fase in cui i brani vengono ascoltati e dibattuti, si vota, anche in base a criteri particolari. Ognuno ha un voto “d’oro” che può giocarsi al momento opportuno per avere un peso maggiore. Dopodiché registriamo i pezzi e alla fine col produttore decidiamo quelli che vanno su disco e quelli da scartare.

In tempi come quelli in cui viviamo, dove suonare ed essere pagati è molto difficile, forse fare cover semplifica la vita…
Non so se stiamo dando il cattivo esempio e questo mi dispiacerebbe. Non lo so se si riesce a suonare di più, ma è un consiglio che non mi sento di dare a chi vuol cominciare a suonare. Noi lo facciamo perché ci diverte moltissimo, e, non avendo i diritti d’autore sui brani che eseguiamo, i guadagni non sono poi molti. Comunque è tutta un’altra gratificazione quando la gente conosce un pezzo che hai scritto tu!

Mi parli di questa trilogia?
Parafrasando George Lucas, credo che non ne usciranno altri, e che non si possano fare né un prequel né un sequel ed è stato possibile farne un terzo perché sono cambiati i membri della band. Si sente che sono diversi anche perché i primi due li ho prodotti io, mentre a questo terzo ha lavorato Luca Mangani, ex bassista degli Amici di Roland, gruppo mitico torinese che negli anni Novanta rifaceva le canzoni dei cartoni animati con alla voce Samuel, l’attuale frontman dei Subsonica. Questo terzo disco, comunque, suona più massiccio rispetto agli altri!