Cinquantamila studenti collegati dalle piazze di tutta Italia, ma anche dichiarazioni sulla lotta alla mafia che arrivano da chi è stato lungamente sospettato di concorso esterno a Cosa nostra. Sono le due facce dell’anniversario della strage di Capaci, a ventiquattro anni dal terribile “Attentatuni” che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Teatro della manifestazione è stata come ogni anno l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, letteralmente invasa da scolaresche di tutta Italia in quello che verrà ricordato come l‘annus horribilis dell’Antimafia, caratterizzato dalle decine di inchieste giudiziarie che hanno travolto una serie di presunti paladini della legalità.

Ministro Orlando: “Convocherò gli stati generali dell’Antimafia”
È qui, in questa “astronave verde” (dal colore della moquette) a due passi dal mare che trent’anni fa si pose la prima pietra della lotta a Cosa nostra, con le sentenze del Maxi processo che per la prima volta condannarono al fine pena mai boss, padrini e gregari. Sentenze che cambiarono per sempre la storia del Paese e che poi fecero diventare esecutiva la condanna a morte emessa da Cosa nostra per Giovanni Falcone, il giudice che istruì il Maxi processo. Per ricordare il magistrato assassinato 24 anni fa, sono arrivati oggi a Palermo i ministri della giustizia e dell’Istruzione Andrea Orlando e Stefania Giannini, che hanno siglato un accordo tra i due dicasteri sull’istruzione nelle carceri. Un protocollo che garantisce “integrazione e pari opportunità di trattamento nei percorsi scolastici”, per i “soggetti adulti ristretti nelle strutture penitenziarie e ai minori sottoposti a provvedimenti penali non detentivi”.

Il guardasigilli Orlando ha anche anticipato l’intenzione di “convocare gli Stati generali dell’Antimafia, che in questi mesi è stata scalfita da alcune vicenda delicate: ma non bastano le reprimende e le rimostranze morali”. Una stoccata alla cosiddetta antimafia degli affari è arrivata anche dall’altro Orlando, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. “Quel maggio del 1992 – ha detto il primo cittadino – è stato il momento in cui la struttura di potere politico, affaristico, mafioso ha colpito al livello più alto. Da quel momento è iniziata la disintegrazione di quella mafia, che esiste ancora, ma oggi si articola in una dimensione finanziaria fatta di personaggi in giacca e cravatta che partecipano a convegni antimafia”.

“La mafia è indebolita”. Parola di Renato Schifani
Di segno contrario invece l’opinione di Renato Schifani, ex presidente del Senato con Forza Italia, ora approdato al Nuovo Centrodestra, che in una nota assicura: “L’Italia che ricorda la strage di Capaci, nella quale morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta, è un Paese che vede la mafia fortemente indebolita”. Nel 2014 l’ex pupillo di Silvio Berlusconi ha visto archiviare l’indagine a suo carico per concorso esterno al Cosa nostra, con il gip che sottolineava come fossero “emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso”, che però “non assumono un livello probatorio minimo”. Era invece presente per la prima volta all’aula bunker Giuseppe Antoci, il direttore del parco dei Nebrodi vittima di un attentato a colpi di fucile appena pochi giorni fa, mentre Rosy Bindi si è trovata a polemizzare a distanza con il Movimento 5 Stelle. Il motivo? La richiesta da parte dei pentastellati di sentire a Palazzo San Macuto Giuseppe Costanza, l’autista di Falcone sopravvissuto alla strage di Capaci. “Sentiamo tutti dietro un progetto di inchiesta, non siamo un juke boxe”, è stato il commento della presidente della commissione parlamentare Antimafia alla richiesta del M5s. “Tutte le nostre audizioni – ha continuato la parlamentare del Pd – sono all’interno di un programma: per sentire l’autista di Falcone, al di là della testimonianza che potrà darci, che è sempre di altissimo valore, deve esserci un progetto di inchiesta della Commissione”.

La testimonianza dell’autista sopravvissuto: “Se avessi guidato io saremmo morti tutti”.
Costanza si trovava all’interno della stessa automobile di Falcone e della moglie, e riuscì a sopravvivere perché quel giorno il giudice decise di guidare personalmente la Fiat Croma blindata. “L’ultima immagine che ho del giudice Falcone – ha raccontato – è lui che, preso da altri pensieri, sfila le chiavi della macchina che stava guidando quella mattina del 23 maggio per consegnarmele, spegnendo così il motore. Dissi: Dottore, che fa? Cosi ci ammazziamo. E lui, girandosi verso di me, rispose: Scusi, scusi. Poi più nulla. Mi sono ritrovato direttamente in ospedale. Se ci fossi stato io alla guida, probabilmente saremmo morti tutti, dato che la procedura tecnica delle scorte era di guidare in modo che le tre auto si costeggiassero”. Quel 23 maggio del 1992 sono tre le Fiat Croma blindate che vanno a prelevare Falcone e la moglie all’aeroporto di Punta Raisi. L’ultima auto del corteo è di colore blu ed ospita gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, tutti scampati alla strage, mentre viene colpita in pieno dall’esplosione la Croma marrone che faceva d’apripista con a bordo Dicillo, Montinaro e Schifani. Va a sbattere sulla porzione di asfalto divelta dalla carreggiata, invece, la Croma bianca sulla quale viaggiava il giudice: come racconta Costanza, infatti, Falcone staccò le chiavi dal cruscotto, facendo scendere la velocità di crociera da 170 a 120 chilometri l’ora.

Grasso: “Ci sono fatti da chiarire, ma la prova processuale è un limite”
E sembrano dedicate ai punti mai chiariti della strage di Capaci le parole utilizzate da Pietro Grasso nel giorno della commemorazione. “Ci sono ancora dei fatti nella storia d’Italia che non hanno ricevuto un completo chiarimento. Ci sono delle indagini che spesso sono accompagnate da intuizioni laceranti, che fanno capire l’esistenza di qualcosa che non si riesce poi a provare: questo è il limite della prova processuale, che non riesce a superare le barriere che spesso di frappongono tra le indagini e la verità”, ha detto il presidente del Senato. Una dichiarazione che appare come implicito riferimento all’esito del processo Capaci bis, quello nato dopo le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ormai arrivato alle battute finali.

Il processo Capaci bis: “Non c’è la prova di mandanti esterni”
Alla sbarra ci sono i mafiosi Salvino Madonia, Vittorio Tutino, Cosimo Lo Nigro, Lorenzo Tinnirello e Giorgio Pizzo: per loro i pm di Caltanissetta Stefano Luciani e Onelio Dodero si apprestano a formulare la richiesta di pena nell’udienza prevista per il prossimo 27 maggio. Imputati dell’ultimo procedimento che tenta di fare luce sulla strage Falcone, dunque, sono i padrini sfuggiti alle accuse per ventiquattro anni: sono loro gli ultimi componenti del commando stragista. E i mandanti esterni? Quelli a volto coperto? E il possibile ruolo di Faccia da mostro, il killer con tesserino dei servizi in tasca individuato nell’ex poliziotto Giovanni Aiello? “Ciò che non è provato non esiste”, ha detto Dodero, che durante la sua requisitoria ha ironizzato sul complottismo nato sullo sfondo delle varie piste investigative battute sulla strage. “Sono stufo di sentire che questo ufficio nasconde la polvere sotto il tappeto: il nostro compito è quello di scartare tutto ciò che è contraddittorio e non ha dignità di prova”, ha detto invece Luciani, che però non ha escluso possibili “cointeressenze di ambienti esterni a Cosa nostra” all’avvio di una fase stragista, anche se ogni elemento raccolto fino ad oggi in questo senso non è da considerare “né esaustivo, né sufficiente”.

Fuori dal processo è rimasta dunque l’indagine dell’ex pm nazionale antimafia Gianfranco Donadio, che aveva ipotizzato l’esistenza di una doppia carica d’esplosivo piazzata sotto l’asfalto di Capaci, dopo l’intervento di apparati arrivati in sostegno di Cosa nostra, e che adesso si trova nei guai davanti al Csm proprio per quella sua inchiesta, con l’accusa di aver intralciato il lavoro dei pm nisseni. Tra gli elementi che avrebbero dovuto sostenere l’ipotesi del “doppio cantiere” anche il ritrovamento di guanti di lattice, nastro adesivo e una torcia a circa 60 metri dal luogo della strage. Secondo i pm, però, quel materiale fu maneggiato dai “mafiosi condannati nei precedenti processi”: questo perché sulla torcia furono trovate le impronte di Salvatore Biondo, condannato nel primo processo sulla strage di Capaci. La consulenza sul materiale genetico prelevato dai reperti, però, non ha trovato traccia del Dna dei mafiosi: al contrario sono stati rinvenuti profili di soggetti ad oggi sconosciuti.

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