Richard Ashcroft torna. In genere, quando nomi del genere tornano, non si può che gioire, festeggiare, rendere grazie a Dio. Dall’ultimo lavoro solista dell‘ex leader dei Verve, contiamoli uno a uno come si fa coi grandi, sono passati dieci anni, mica bruscolini. Dieci lunghi anni senza la sua musica, la sua sfacciataggine, il suo modo di scrivere e cantare. Però, era ovvio ci fosse un però, dai, lo avevate capito, in alcuni casi forse sarebbe meglio aspettare un altro po’. O magari mollare proprio.

Perché These People di Richard Ashcroft, mettetevi seduti e prendete un cordiale, è una delusione. Una delusione relativa, ma pur sempre una delusione. Nel senso, se a pubblicare questo album fosse stato qualcun altro, con un nome meno ingombrante e con un curriculum meno ingombrante, probabilmente avremmo gridato al mezzo miracolo (intero no, non è proprio possibile), perché gli ingredienti giusti ci sarebbero anche tutti: dalle ballate che solo lui sa fare, la memoria non inganna, ai testi che fotografano l’oggi come pochi sanno e vogliono fare. Ma a pubblicare questo lavoro, purtroppo, è proprio l’ex leader dei Verve, e anche quello di Keys To The World, e allora tutto questo fa un po’ male.

Perché Richard, spiace dirlo, sembra fermo a dieci anni fa. Forse anche a qualche anno prima. Ma forse neanche questo è vero. Perché dieci anni fa Richard c’era, eccome. No, è come se, per uno di quei strani meccanismi da film di fantascienza, ci trovassimo in un universo parallelo, dove Richard Ashcroft si è perso e non sembra intenzionato a ritrovarsi. Perché già l’intermedia esperienza di RPA & The United Nations of Sound aveva fatto correre brutti brividi lungo la schiena, ma certi suoni che pretendono di essere moderni di These People, a firma di Mirwais, uno che era già vecchio quando era finito a collaborare con Madonna, quindici anni fa, gridano davvero vendetta.

E grida vendetta anche certo crogiolarsi su un se stesso ancora rivolto al passato, perché questo è il principale difetto di These People: è tutto vecchio, per come suona e per come è scritto. Fossimo nel 2001, ok, sarebbe un discone, ma siamo nel 2016, e queste canzoni non sono moderne, non sono vintage, non sono neanche revivalistiche, sono solo vecchie, e quindi sciatte. Cioè, è vero, l’electro-pop è ormai invasivo, lo pratica praticamente chiunque, ma Ashcroft no, non lo sa fare, o quantomeno non sembra volerlo fare. Stiamo qui a lanciare quotidianamente strali contro i cantautori indie, colpevoli di non saper arrangiare e produrre i propri brani (in quel caso non certo eccelsi) e doverlo fare pure con una vecchia volpe come Ashcroft sembra un po’ troppo.

Perché affidare gli archi a Will Malone, già in precedenza al suo fianco, ok, è cosa buona e giusta, ma tutto il resto fa rabbrividire: suoni trash che con Ashcroft non dovrebbero avere a che fare. Cioè, sentitevi Hold on, dedicata ai ragazzi che anni fa hanno animato la primavera araba, e poi ditemi che non rimpiangete Gheddafi se non addirittura Saddam Hussein. Quel vocoder chiede un sacrificio umano, ora. Lui, Richard, i capelli rasatissimi in copertina, dovrebbe scrivere le sue perfette canzoni pop affidandosi a qualcuno che sappia poi come vestirle. Che non pretenda di essere moderno usando i synth (nel 2016?), che non pensi che mischiare elettronica e chitarre acustiche sia un’ideona (Madonna, appunto, lo faceva nel 2001). Noi, che abbiamo adorato i Verve e la prima parte della carriera solista del nostro, faremo finta di essere in un altro film di fantascienza, in cui un baccello gigante si è impossessato di Richard e noi, proprio grazie alle canzoni che il baccello-Ashcroft ha tirato fuori, abbiamo scoperto l’invasore alieno, lo abbiamo estirpato e rimandato sulle stelle. Alla fine, in genere, gli umani vincono sempre. Così ci piace sperare.