Il primo lavoro che io abbia mai letto di Andrea Pazienza è stato Penthotal.

Ero già all’università, circa dieci anni fa. Mi piacque la rottura di ogni schema che quel pazzo sbatteva lì con nonchalance totale. A me, che sono ignorante e ho sempre e solo amato i paperi di Paperopoli, Paz piacque perché rompeva tutto, mischiava le carte, giocava, amava, faceva trasparire tutto.
Mi ha fatto crescere portandomi su altri temi – tutti i temi che lui trattava – e altri stili – tutti gli stili che squadernava anche all’interno di una stessa tavola. Ho amato visceralmente Penthotal, Zanardi, Pompeo, le sue sturiellett’, Paz e Pert, tutti i suoi disegni. Mi parlava di sogni, ideali, cinismo, era beffardo e pazzo.

Quando anni dopo ho cambiato per l’ennesima volta casa, la prima cosa che ho cercato è stato un poster sufficientemente grande de “La città delle donne”, qualcosa che rendesse giustizia di tutti quei capelli e di tutto quel blu e di quelli occhi così azzurri che ancora li cerco.
Poi ho abbandonato Paz. Ho seguito tutte altre strade e mi sono innamorato d’altro, per tanto tempo.

E poi mesi fa, mi hanno scritto dalla Puglia parlandomi di una ricorrenza. Era Antonello Vigliaroli del Museo dell’Alto Tavoliere (ok, avrò sbagliato nomi e musei forse) e mi chiedeva un disegno per celebrare il (sarebbe stato) sessantesimo compleanno di Paz. Sono pigro, con ciò che non mi entusiasma. Ma in questo caso non potevo mancare.

E una sera – abbondantemente in ritardo di un mese sulla scadenza – riprendo tutti i miei Paz, che intanto si erano disseminati tra scaffali, librerie e traslochi. Sono passati dieci anni, non ho ancora l’età che aveva Paz quando è morto. Quella notte anziché disegnare un omaggio come avevo promesso, ho tirato tardi rileggendo le sue cose. Con occhi meno freschi, meno incantati dalla novità. E Paz mi parlava d’altro: mi parlava, nelle stesse tavole e negli stessi disegni di dieci anni prima, di amori fatti a pezzi, di disincanto, di una volontà che si spezzava. Di un mondo che lo costringeva giù. E di un ragazzo meno ragazzo che non si sarebbe mai fermato e stava partendo verso altre mete, lasciandosi alle spalle la sua generazione che moriva in strada o in un ufficio a timbrare il cartellino. Paz partiva per raccontarci Astarte, per uno Zanardi medioevale, per chissà cos’altro.

E immagino che fra dieci anni, magari, per un’altra ragione, riprenderò in mano un disegno di Paz e, magari, mi parlerà di altro ancora che ora non immagino. E io sarò più vecchio di lui quando è morto e sarò invecchiato male e le sue tavole mi prenderanno in giro per questo o magari mi faranno sognare come sogna uno che poi – alla fine – non è morto mai.

(Tutto questo per dire che ho consegnato la tavola con un mese di ritardo e che fa schifo perché anziché lavorarci mi sono messo a leggere i fumetti di Paz)

(Il disegno in questo post è esposto al Mat Museo dell’Alto Tavoliere, in Puglia, insieme a tanti altri omaggi di gente che sa disegnare in una mostra dedicata al 60° compleanno di Paz inaugurata ieri, 22 maggio, per la rassegna ‘Buon Compleanno Paz!’, nella Città di San Severo (FG), ad opera dello SPLASH! Archivio Andrea Pazienza)

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