C’erano anche gli Zeta zero alfa, il gruppo fascio rock di Gianluca Iannone, che si è esibito nel parco di Colle Oppio, dopo il comizio al termine del corteo di Casapound. Iannone è uno dei fondatori e presidente del centro sociale di destra nato a Roma nel dicembre 2003, quando venne occupato lo stabile in via Napoleone III, ma da tempo ha lasciato le luci della ribalta a Simone Di Stefano, il candidato sindaco al Campidoglio che quest’anno punta a qualcosa in più rispetto allo 0,6% del 2013. Fa effetto perché a un certo punto decine di ragazzotti con bomber, polo o camicie nere, jeans slim, anfibi e occhiali da sole fanno partire la “cinghiamattanza”, un ballo molto simile al “pogo” in stile punk con la differenza che qui ci si prende a cinghiate. “Non con la parte della fibbia”, precisano gli amanti del genere. Ma comunque una cosa proprio piacevole non è.

“Cinghiamattanza” è l’inno degli Zeta zero alfa, insieme a “Nel dubbio mena”, altra canzone manifesto dell’estremismo di destra dove, si sa, quando c’è da fare a botte non ci si tira mai indietro. Insieme ad altri brani cult come “Disperato amore”, “Fare blocco”, “Arremba sempre”, “Entra a spinta” e “Rose rosse dalle camicie nere”. Testi cupi, schitarrate violente, molto rumore e poca voce, questi sono, in sintesi, gli Zeta zero alfa, che però riempiono sempre La tana delle tigri, l’evento di musica fascio rock che si tiene ogni anno nella Capitale e in altre città italiane, specialmente nel Nord Est, dove i gruppi neofascisti sono sempre più numerosi. 

Ma il fascio-nazi-rock è un fenomeno europeo, non solo italiano. Sul palco di Colle Oppio, per esempio, sono saliti anche gli In Memoriam, gruppo di estrema destra francese, che spesso è protagonista degli eventi destrorsi nostrani. In scena anche gli Spqr: qui i beat aumentano parecchio e si sconfina nell’hardcore con brani come “Mors tua vita mea”, “Roma violenta”, “Cuore nero”, “Lo spirito del ’22”. Brutti, sporchi e cattivi. Canzoni che sconfinano spesso e volentieri nell’apologia del fascismo, ma le autorità chiudono un occhio: si limitano a tenerli sotto controllo a distanza.

Le band italiane che guardano all’estrema destra sono sempre di più numerose, molte delle quali prodotte dall’etichetta discografica Rupe Tarpea. Come i Bronson, gruppo che fa per la maggiore adesso (“Sei solo tu e la tua crew”, “Roma violenta”, “La luce dentro te”), gli Ultima frontiera (“Trieste 1953”, “Noi mai domi”, “Schiavo della libertà”), i Civico 88 (“Siamo qui per voi”, “Avanti ragazzi”), i Gesta bellica (“Come il vento”, “Popoli contro dollari”, “Nessuna pietà”). Molto forte ultimamente vanno pure gli Skoll, più melodici degli altri (“Notturno futurista”, “Notti di Assenzio”, “Bushido”, “Lune feroci”, “Pioggia d’Irlanda”, “Ultimi romantici”), con sonorità vicino al progressive anni Ottanta.

Il rock neofascista inneggia molto ai ragazzi di Salò, alla Repubblica sociale e alle vittime degli anni Settanta, come Sergio Ramelli e Mikis Mantakas. Insomma, da queste parti l’elogio della “bella morte”, del “presente” nel ricordo dei caduti e dell’eroismo post mortem non passa mai di moda. Gladio, croce celtica e chitarre. Altro gruppo punto di riferimento dei fascisti 2.0 sono i Sotto Fascia Semplice (“Bandiera nera”, “Senza croci”, “Perseo”, “Filo spinato”, “Ancora in piedi”), il cui frontman è quel Mario Vattani (figlio dell’ambasciatore Umberto Vattani) che nel 2012 si giocò il posto di console italiano a Osaka proprio per i suoi concerti fascio-rock. Un’esibizione della sua band a Casapound, infatti, fece scoppiare lo scandalo e l’allora ministro Giulio Terzi lo richiamò dal Giappone. Mario Vattani ora lavora alla Farnesina e ha dato poco pubblicato un romanzo ambientato in Giappone, Doromizu (edito da Mondadori), presentato qualche tempo fa proprio al Circolo degli Esteri della Farnesina.

Musicisti molto diversi da Massimo Morsello, cui però molti di loro s’ispirano, ovvero il cantautore nero, “il De Gregori di destra”, che, dopo essere stato tra i leader dei Nar e aver fondato Forza Nuova con Roberto Fiore, a un certo punto imbracciò la chitarra e si mise a cantare ballate rock con brani diventati cult nell’estrema destra come “Nostri canti assassini”, “Otto di settembre”, “Punto di non ritorno”, “I miei amici”, “Il nostro povero cuore, “Scusate non posso venire”. Musiche molto diverse da quelle da quelle che oggi i giovani neofascisti ascoltano su Radio Bandiera Nera (l’emittente web di Casa Pound) e ai raduni della Tana delle tigri, dove, dopo canti con braccia tese e saluti al Duce, a un certo punto parte sempre la “cinghiamattanza”.