di Carblogger

La app mytaxi, nata in Germania nel 2009 nello stesso anno di Uber in California e passata nel 2014 sotto le bandiere di Daimler, è attiva anche a Roma, dopo l’esordio italiano a Milano l’anno scorso e operativa in altre 40 città d’Europa. Mytaxi funziona con tassisti pubblici, svincolati da centrali e cooperative, iscritti alla applicazione: lavorano su chiamata, attraverso l’app scaricata su uno smartphone. Pagamento con carta, voto al servizio, preventivo (stimato) del costo, possibilità di contattare telefonicamente il tassista, localizzazione sulla mappa. Campagna acquisti e promozioni in corso.

Mytaxi funziona come Uber, con la differenza non da poco che il primo resta servizio pubblico, il secondo è privato e svolto da autisti professionisti, ma anche da semplici cittadini nella versione più economica, la Pop. Due motivi dichiarati per cui i tassisti fanno la guerra a Uber nel mondo, oltre a una evidente allergia per la concorrenza e a una umanamente comprensibile difesa del posto di lavoro.

La app mytaxi è un’altra cosa. Si basa sul servizio pubblico, che significa o dovrebbe significare avere più controlli e un lavoro più regolato. Il tassista che aderisce all’app non diventa un imprenditore di se stesso – che più sta in strada e più guadagna con tutto ciò che la cosa comporta, anche rispettando la legge – ma resta in un lavoro regolato appunto dalla mano pubblica.

Non sono contrario a Uber e alle nuove forme di mobilità (condivisa, sostenibile e integrata che siano), anzi. Ma la valenza pubblica di mytaxi, società privata, è per me un plus.

@carblogger_it