La cosa potrebbe suonare dolorosa per molti che ci credono davvero, ma non sono pochi gli studiosi di culture giovanili a sostenere che se esiste in Italia un vero corrispettivo di quel fenomeno ormai risalente a quasi trenta anni fa che risponde al nome di gangasta rap quello è il neomelodico di Napoli. Sì, se da noi esiste una vera cultura (o sottocultura, fate voi) che si è letteralmente nutrita di un immaginario partito dal basso, che ha flirtato e flirta con la vera malavita, mimandone non solo le pose ma la mentalità, che ha in qualche modo codificato un proprio linguaggio trasformandolo in una lingua altra, praticabile anche con chi, magari, con quel mondo è poco avvezzo, non è certo il rap, anche quello in dialetto, quanto quello strano mix di canzoni tamarre e ballate strappalacrime e batterie elettroniche che risponde al nome di neomelodico.

La cosa che però è anche vera è che, a Napoli, esiste esattamente da quando in California e a New York uscivano i primi vagiti del gangsta rap, anche una interessantissima scena hip-hop, con alcuni rapper che sono stati nel tempo e sono oggi legittimamente considerati tra i migliori mai nati nei patrii confini. Chiaramente, Napoli ha influito molto per la sua storia remota e recente nel proliferare di questa scena, con una cultura che, sin dai tempi dell’arrivo in Italia degli alleati, ha guardato all’America e all’America nera come fonte di ispirazione.

Sembra quasi pleonastico dirlo, ma se da noi la cultura a stelle e strisce è entrata in qualche modo nel tessuto musicale italiano è sicuramente grazie a tutta una serie di artisti che oltreoceano ha a lungo guardato, da Renato Carosone e Nisa (una delle coppie più interessanti del nostro pop) via via fino a Pino Daniele e Napoli Centrale (in questo James Senese è una sorta di uomo-manifesto) fino, appunto, ai rapper. E se un grosso problema del nostro rap, in dai suoi albori, è la difficoltà di ricreare uno slang credibile, adattabile alle metriche delle barre, certo, ma anche credibile letterariamente per gli ascoltatori, l’uso del dialetto napoletano ha sicuramente agevolato i b-boy napoletani. Dovendo oggi guardare a una scena che, lo ricordiamo, vanta appunto quasi trent’anni di storia, non si può che partire dai padri spirituali di quella scena, a partire da chi ha fatto dell’impegno politico una ragione di vita, come i 99 Posse.

Nati intorno all’Officina 99 intorno ai primi anni Novanta, Zulu e soci sono stati uno dei gruppi più rappresentativi del cosiddetto periodo delle posse, animando contemporaneamente una sorta di nouvelle vague partenopea in compagnia di altre realtà vicine a loro politicamente ma non attive sul fronte rap, come i Bisca, gli Almamegretta e Speaker Cenzou. La svolta, per i 99 Posse, arriverà con la colonna sonora scritta per Gabriele Salvatores, con il brano Curre curre guaglio‘ che diventa una vera e propria hit aprendo al gruppo un momento mainstream che durerà circa un decennio.

Cenzou, che proprio a quell’album prenderà parte ancora neanche quindicenne collaborerà poi con La Famiglia, insieme ai 13 Bastardi una delle due crew più importanti negli anni Novanta a Napoli. Nei 13 Bastardi, invece, opera il producer Vinz a sua volta pigmalione di quel talento purissimo di Alea, rapper dalla voce da bambina ma dai testi affilatissimi che viene direttamente da Acerra, cuore della Terra dei fuochi. Non si può non parlare del rap a Napoli senza citare Spaccanapoli, album datato 1997 del Clan Vesuvio, lavoro in cui si muoveranno alcuni dei protagonisti del decennio a seguire. Nomi pensati anche a livello nazionale, come ‘Nto’ e Luchè, all’epoca insieme come Co’ Sang, crew di Scampia, voce e rime della terra di Gomorra, e Lucariello, oltre tanti altri nomi importanti. Altro nome immancabile se si guarda agli anni Zero del nuovo millennio i Fuossera, sempre del giro dei Co’ Sang. Vero e proprio monstre che si muove sulla scena partenopea ormai da una decina d’anni è quella dei Sangue Mostro, vera e propria All Star Crew che vede raccolti nomi pesantissimi come quelli del già citato Speaker Cenzou, al fianco di Ekspo e Ali Zin, tra gli altri dei 13 Bastardi, e DJ Uncino. Insomma, tanta tanta roba.

Chiaramente una carrellata come questa non può che essere fatta a volo d’angelo, perché il sottobosco napoletano, come spesso capita quando si parla di rap e della scena hip-hop, è molto viva e frequentato. Arrivando più vicino ai giorni nostri, in un’epoca in cui l’hip-hop sembra essere parzialmente uscito di scena per lasciare spazio a un rap che flirta maggiormente col pop, due sono i nomi importanti arrivati da Napoli e dintorni, e entrambi si sono fatti recentemente valere a Sanremo, non esattamente il palco più vicino alle barre e ai beats. Parliamo di Clementino e Rocco Hunt, l’uno da Avellino, vera e propria leggenda dell’underground, campione di battle e freestyle, poi finito nel giro di Fabri Fibra, quindi a suo modo nel mainstream, l’altro, giovanissimo, da Salerno, dopo primi passi mossi nel sottobosco, vincitore a Sanremo Giovani con un brano che proprio della Terra dei Fuochi parla e poi tornato al festival quest’anno col tormentone Wake Up.

Entrambi sono stati coinvolti da Cosimo Alemà, storico regista di tanti e tanti videoclip musicali, per il primo film di fiction dedicato al rap in Italia, Zeta. In realtà, a voler essere pignoli, in passato altri registi si erano approcciati a quel mondo, da Zora la Vampira dei fratelli Manetti (non a caso recentemente tornati al cinema con un film sui neomelodici, Song e’ Napule) e Il passo del Giaguaro di Antonello Fassari di Piotta, tanto per fare due titoli. Scuramente però è Zeta il primo lungometraggio interamente incentrato sul rap e sui b-boy. In questo film oltre alla nuova scoperta Izi, giovanissimo rapper ligure, si muovono i principali protagonisti del rap d’oggi, da Fedez a J-Ax, passando per Briga e Rancore, con incursioni anche nel passato, con Tormento, Noyz Narcos e Metal Carter. Importante ruolo lo ricopre Salvatore Esposito, nei panni di Sante, rapper di grande successo, via di mezzo tra un Afrika Bambaata e un Lucius Lyon di Empire. A differenza di quanto fatto nella serie Gomorra, in questo film Esposito non porta sullo schermo la propria napoletanità, anzi, quando si trova sul palco a rappare è di Tormento la voce che sentiamo, ma la sua credibilità nell’interpretare questo personaggio fatto di chiari e scuri è tale da aver fatto passare perfino questo doppiaggio. Tra tanti nomi pesanti, del resto, ci può anche stare un ottimo attore che non sappia rappare.