Esaurito l’effetto degli sgravi contributivi, il governo pensa a un taglio strutturale del costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato dal 2017. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha anticipato le intenzioni dell’esecutivo, il giorno dopo la diffusione dei dati Inps, che hanno certificato come nei primi tre mesi del 2016 il saldo dei contratti stabili sia crollato del 77% rispetto a un anno fa. L’obiettivo del governo, ha spiegato il titolare di via Veneto, è quello di rendere il rapporto stabile più conveniente di quello a termine. Ma i sindacati mettono in guardia il governo. “Bisogna capire dove vanno ad attingere le risorse – spiega Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – L’importante è che non si taglino le prestazioni previdenziali e assistenziali, come era stato ipotizzato in passato”.

Nella prossima legge di stabilità, ha affermato Poletti, “stiamo valutando se concludere il terzo anno di decontribuzione con un ulteriore intervento di decalage o se fare un intervento sul cuneo in maniera stabile, per il quale però occorre fare una valutazione in termini di bilancio“. L’obiettivo del governo, ha spiegato il ministro, “è quello di rendere i contratti a tempo indeterminato meno costosi dei contratti a termine. Attualmente, c’è già un differenziale del 5,5-6%, ma secondo noi un differenziale significativo fra il costo dei contratti di lavoro a tempo indeterminato e quelli a termine dovrebbe arrivare attorno al 10%“.

Ma i sindacati vogliono capire come il governo intenda recuperare le risorse per il taglio dei costi. “L’esecutivo non cada in tentazioni strambe, come il taglio dei contributi previdenziali – avverte Loy – Un’ipotesi del genere era già circolata”. Il riferimento è a una proposta pubblicata nell’agosto del 2015 da Tommaso Nannicini, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, dalle colonne dell’Unità. L’economista aveva proposto di rilanciare le assunzioni tagliando di 3 punti i contributi pensionistici a carico del lavoratore e di 3 punti a carico dell’azienda. Secondo il Servizio politiche territoriali della Uil, l’operazione varrebbe circa 6 miliardi di euro in tre anni. Ma l’effetto sarà quello di ridurre ulteriormente le future pensioni dei giovani, che già allo stato attuale, come ricorda spesso il presidente Inps Tito Boeri, rischiano di avere assegni molto ridotti e di uscire dal lavoro a 75 anni. “Ci auguriamo che quell’ipotesi sia stata definitivamente accantonata – prosegue il sindacalista – Se il governo vuole tagliare il cuneo fiscale, proceda a un’equa ripartizione dei benefici tra lavoratore e azienda, prevedendo aumenti in busta paga o un sistema di premialità per le imprese che assumono”.