“7 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In ben 1.074 Comuni (il 77% del totale) sono presenti abitazioni in aree a rischio. Nel 31% sono presenti addirittura interi quartieri e nel 51% dei casi sorgono impianti industriali. Nel 18% dei Comuni intervistati, nelle aree golenali o a rischio frana sono presenti strutture sensibili come scuole o ospedali e nel 25% strutture commerciali. … nel 10% dei Comuni intervistati sono stati realizzati edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio”.

Nella premessa a “Ecosistema a rischio 2015” di Legambiente i risultati riportati, inequivocabili. Dopo il recente Rapporto di Ispra “Dissesto idrogeologico: pericolosità e indicatori di rischio”, arriva la presentazione dei dati sull’esposizione a rischio frane e al rischio idraulico nei Comuni italiani e sulle attività volte alla mitigazione del rischio da parte delle amministrazioni comunali. Il trend ancora negativo. Come confermano i risultati dell’indagine. A partire da quelli relativi ad “Interi quartieri in aree a rischio”. Non singole abitazioni, ma parti di agglomerati urbani. Insomma spazi estesi nelle quali si concentrano grandissime quantità di persone. Si va dai 68 del Piemonte e i 51 della Lombardia, ai 33 della Toscana, i 30 della Sicilia, i 29 delle Marche e della Calabria, i 27 di Campania e Emilia Romagna, i 23 del Veneto e i 20 della Liguria, passando ai 16 del Lazio, i 13 della Puglia, i 12 dell’Abruzzo, gli 11 della Sardegna, i 9 della Valle d’Aosta, i 7 del Friuli Venezia Giulia e dell’Umbria, fino ai 5 della Basilicata.

Molti altri gli elementi che contribuiscono a definire l’estrema precarietà nella quale si trova una gran parte dei territori italiani. I pericoli che insidiano parti considerevoli delle diverse regioni. Tuttavia ad aggravare il quadro un elemento nodale. La parzialità dell’indagine. Già perché, come è sottolineato nel Rapporto di Legambiente, i dati presentati costituiscono il risultato del questionario inviato a 6.174 amministrazioni comunali “in cui sono state perimetrate aree a rischio idrogeologico“. Questionario al quale hanno risposto in 1.444, dei quali 45 in maniera incompleta e “quindi non assimilabili agli altri”.

Il dettaglio, per regione, più che un semplice elemento statistitico, sembra un illuminante indicatore delle politiche, certamente comunali ma anche regionali, in tema di urbanistica e di controllo del territorio, oltre che di trasparenza dei dati. Così in Abruzzo 40 quelli che hanno fornito risposte su 253 interpellati. In Basilicata 26 su 123. In Calabria 60 su 408. In Campania 64 su 474. In Emilia Romagna 70 su 265. In Friuli Venezia Giulia 39 su 146. Nel Lazio 55 su 364. In Liguria 35 su 187. In Lombardia 241 su 889. Nelle Marche 82 su 235. In Molise 11 su 119. In Piemonte 306 su 1.045.

In Puglia 52 su 181. In Sardegna 29 su 243. In Sicilia 63 su 271. In Toscana 74 su 275. In Umbria 27 su 92. In Valle d’Aosta 33 su 74. In Veneto 84 su 278. Numeri che, a prescindere dalle percentuali differenti riscontrabili nelle diverse regioni, sanciscono l’assoluta volontà di una cospicua quantità di amministrazioni comunali di  non voler dare conto delle proprie decisioni. Di non aprirsi al giudizio dei cittadini. Proprio come è accaduto con il “Censimento del cemento” lanciato nel 2012 dal Forum nazionale “Salviamo il paesaggio-Difendiamo i Territori” con l’intento di analizzare capillarmente il numero e lo stato degli edifici costruiti, agibili e in buone condizioni ma abbandonati e inutilizzati.

“Delle circa 1000 risposte che in quattro anni sono arrivate al forum, la metà sono risultate negative. In altri casi invece (circa 250) le risposte erano incomplete o incongruenti rispetto ai dati ufficiali. Gli unici questionari compilati in maniera rigorosa, completa e con un buon indice di affidabilità, si sono dunque limitati ad una manciata di decine” ha scritto la Redazione nel febbraio 2016. Le difficoltà incontrate da Salviamo il Paesaggio le medesime di Legambiente. Le amministrazioni continuano, ancora troppo spesso, a cannibalizzare i propri territori  e a disinterissarsi della loro sicurezza. Scelleratamente continuano a non essere “trasparenti”. Ad impedire che sia possibile usufruire di dati completi. Così quanto le due questioni siano tra loro in relazione diventa sempre più chiaro. Più macroscopico il legame tra un utilizzo disinvolto del suolo e l’ostracismo a fornire informazioni sulle politiche adottate.

Il 16 maggio è diventato legge il Freedom information act, il decreto previsto dalla Riforma Madia sulla Pa per liberalizzare l’accesso agli atti della Pubblica amministrazione da parte dei cittadini. La situazione che ha impedito la completa realizzazione delle operazioni del Forum e di Legambiente dovrebbe mutare. Ma non è detto che sarà davvero così.