Cantante e autrice rock, Cristina Donà fin da bambina ha avuto una grande passione per la musica. Incontrarla significa entrare non solo in un mondo fatto di dischi e di canzoni poiché in lei, oltre l’artista, si cela infatti la profondità di una persona speciale. Motivo per il quale ho coinvolto Cristina in una “conversazione sulla morte”. L’essere riuscita ad attraversare paure diverse, da quella più comune del restar chiusi nella bara e scoprirsi ancora vivi (incubo che Tarantino ha sfruttato bene) alla paura dell’infinito, – quale dimensione sconosciuta che potremmo trovarci ad affrontare – ha spinto Cristina ad affrontare il tema della morte con il figlio di sette anni: “Paradossalmente tali argomenti sono trattati più spesso quando si è bambini, quando le domande nascono sì dalla paura, ma soprattutto da tanta innocente curiosità davanti a qualcosa di così apparentemente lontano dalle logiche terrene. Un buco nero a cui dare un senso e una forma”.

La morte, per Cristina, è forse, insieme al momento in cui si viene alla vita, l’evento “oggettivo” per eccellenza; e proprio per questo, per dare un senso all’unica certezza di questa vita terrestre, la cosa migliore è Viverlo con naturalezza, come parte della vita, anche se non sempre è possibile, soprattutto quando ad andarsene sono persone giovani, quando la morte porta via chi non vorresti lasciare andare, o quando le modalità sono spaventosamente illogiche. L’approccio alla morte cambia con l’età, ma anche e soprattutto da cultura a cultura. Più siamo attaccati alla vita e più e più temiamo la morte, questa mi sembra un’equazione valida”. Una comprensione profonda di quella che è la vita, intesa come status legato alle logiche della natura, dell’universo, può dare sicuramente molti spunti per affrontare il tema della morte, anche se non è da tutti addentrarsi in tale profondità, spesso perché manca la capacità di elaborare con coerenza e lo dimostra la storia dell’uomo.

Ma, forse ancora di più, per parlare della morte bisogna incontrarla, farne esperienza. Per Cristina, il postulato di Lavoisier ci da una mano « Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma ». Se guardiamo al mondo naturale, all’universo a cui apparteniamo, se consideriamo alcune culture, come ad esempio quella degli indiani d’America, possiamo elaborare ulteriormente. Siamo parte di un ciclo, di un divenire, di una trasformazione continua. C’è in noi il conflitto tra finito e infinito, e questo ancora ci limita. E, aggiunge, una citazione che pare appartenere a Jim Morrison « Ciò che possiedi ti possiede», nel senso che il nostro atteggiamento verso le cose ne cambia la prospettiva. Quando ho chiesto a Cristina del brano Così vicini, mi parla di un pezzo particolare nella sua discografia; di solito parte da spunti suoi per poi condividerli con i musicisti o il produttore. Così vicini è nato dalle mani di Saverio Lanza che ne ha scritto la musica e alcuni spunti del testo che poi Cristina ha esteso e personalizzato.

Un brano che già denotava una vaga nostalgia nel suo incedere lento, in quello armonico e melodico, che le ha permesso di lasciarsi trasportare e, da un lato, di far trasparire un filo che la lega al passato ed alle presenze importanti nell’infanzia e, dall’altro, ad esprimere un invito a mantenere quello sguardo “bambino” che spesso perdiamo da adulti. Un brano in cui sono presenti echi subliminali e dove quello che Cristina canta è molto più di ciò che sembra: una seduta di regressione, dove, per amplificare questo stato, si è scelto di utilizzare una qualità di voce abbastanza inusuale per lei, a metà tra il falsetto e la voce piena, che ha a che fare con il ricordo, con una dimensione altra. L’ascolto della musica che ama, oltre ad averla ispirata, l’ha risollevata e riabilitata molte, moltissime volte. La musica ha aiutato Cristina ad affrontare i periodi bui e la perdita delle persone care perché per lei la musica è vita: “La sua influenza sui nostri neuroni, sulle nostre cellule viene spesso sottovalutata o volutamente ignorata”.

Settembre e Universo, due brani a cui Cristina è molto legata, sono stati composti durante la malattia del padre, malattia che sapeva lo avrebbe portato alla morte. Proprio per questo sta cercando di insegnare a suo figlio di apprezzare e godere di ciò che ci è stato lasciato dai grandi artisti. “Jeff Buckley, come il padre Tim, David Bowie e molti altri, hanno sprigionato tanta di quella bellezza ed energia che deve per forza continuare a scorrere tra di noi e dentro di noi. L’arte ha il grande potere di sopravvivere alla morte e di aiutarci a viaggiare, con o senza mezzi”. Conclude Cristina: “Credo che la potenza della musica vada oltre ciò che immaginiamo, perché interagisce con i meccanismi dell’universo stesso: non voglio scomodare le onde gravitazionali, ma qualcosa di simile”.