Sguardo fiero, sorriso da gioconda. Capelli lunghi neri, pelle olivastra. Al momento a Milano poi si vedrà. Dimenticavo ha 28 anni e fuma (vabbè nessuno è perfetto). Makeup artist (si insomma truccatrice), single, indipendente, casa di proprietà. Ha solo un grave difetto (potrebbero obbiettare alcuni) è una migrante.

Anzi peggio ancora è figlia di migranti. Come mi spiega in un’intervista che ha i toni di una chiaccherata colloquiale (per quanto nessuno dei due si sia incontrato prima) “Sono arrivata in Italia nel pancione di mamma. Nell’85. Nata qui. Mio padre era arredatore d’interni dal Marocco qui in Sicilia per vari alberghi.  Come in tante famiglia mussulmane mia madre si ritrovò a vivere a Palermo con le altre donne della famiglia di mio padre. In famiglia c’erano molte “tensioni” (per usare un eufemismo mi sorride Samia) quindi mia madre decide di lasciare mio padre e con noi figli tornare in Marocco. Decide di divorziare, all’epoca una scelta difficile, e torna in Italia. Si ritrova derubata e con poche lire in tasca (ai tempi esistevano ancora le lire).

Mia madre decide di andare a Torino, il primo treno che c’era in partenza. Alla fila della Caritas di Torino ci notano. Eravamo ben vestiti saltavano all’occhio. Grazie alle suore della Caritas mia mamma riuscì a tornare in Marocco per definire il divorzio e tornare a Torino con noi. Ci trovarono un appartamento e in 3 anni mia madre riuscì a ristabilizzarsi, facendo l’assistente infermiera e le pulizie. Io e mio fratello intanto crescevamo e imparavamo l’italiano nel convento.  Sempre grazie alle suore trovammo un signore di Udine che aveva bisogno di un assistente per le sue cure. Con due figli quest’uomo accettò un’assistente per le sue cure mediche e si portò a casa quasi una famiglia.

Anche se in vero io e mio fratello eravamo due fantasmi per non disturbarlo mai.  A 8 anni sia io che mio fratello ci battezzammo. Era un uomo serio ma aperto di mentalità. In un Friuli Venezia Giulia degli anni 90 che insomma, senza offesa per la mia nuova terra, a volte è un po’ chiusa di mentalità.” La cosa che mi colpisce di Samia mentre mi racconta queste cose è che non piange o si dispera. Semplicemente me le spiega come se io raccontassi cosa ho preso ieri a colazione al bar dietro l’ufficio. Non ho una cultura approfondita dei migranti (lo ammetto candidamente), ma la cosa che mi fa riflettere è che sono umani (malgrado alcune uscite poco felici di leader politici).

Poi Samia incontra il mondo della scuola e cresce “dopo le superiori boh avevo un pò di cose da affrontare tipo il sesso. Io cresciuta in una tradizione islamica, pur se battezzata, il sesso da noi è un po’ un tema che non si discute apertamente.” Il mondo del lavoro la vede presto protagonista “ ho viaggiato molto, lavoravo come traduttrice per compagnie italiane che volevano esportare. Poi ho deciso di fermarmi in Italia e lavorare come assistente personale ma il mio sogno era lavorare nella moda.” Gli brillano gli occhi mentre mi spiega il suo percorso formativo. “convinsi il mio datore di lavoro, un medico, a non pagarmi gli straordinari e darmi il week end libero, cosi avevo modo di frequentare un corso di trucco e in due anni mi sono diplomata”.

E finalmente la Samia di Gemona sbarca a Milano. Il sogno di ogni donna (vabbè forse non di ogni donna ma di un certo numero) di lavorare nel “fantastico mondo della moda” diviene realtà per questa migrante.  “Visto da fuori è molto affascinante. Vissuto da dentro significa molta fuffa e molto impegno. Se vuoi lavorare e guadagnare sul serio meglio lasciar da parte la passione per la moda. Le vacanze le fai quando puoi, il fidanzato è una cosa che ti puoi permettere, ma solo se ne trovi uno che capisce che tu non lavori dalle 9 alle 18. Ho la fortuna che il mio lavoro mi piace e, a volte, farsi pagare per una cosa che mi piace, boh ho la sensazione di rubare i soldi”.

Mio dio una migrante che ammette di rubare i soldi. Ecco lo sapevo rifletto io (in modo ironico s’intende). Ma oltre a “rubare i soldi” questa migrante da pure da lavorare… agli italiani!
“Ho due ragazze sotto di me, tipe toste che sto facendo crescere come mie assistenti.” Con il mondo del trucco che si evolve (qualcuno ha sentito parlare di filtri stile Istagram e computer grafica?) il suo lavoro è potenzialmente a rischio.  “Non sto ferma, ora sto imparando la post produzione, così se in qualche anno le truccatrici avranno sempre meno lavoro sarò già pronta per il prossimo passo”. E i soldi? (che ovviamente li ruba sennò che migrante sarebbe?).

“Beh sono utili, ma sono uno strumento. Mi son comprata una casa tutta mia, piccolina ma mia. Adesso tra un po’ sto meditando di prendermi una macchina di cui mi sono innamorata. I soldi servono per comprarti le esperienze, per viaggiare, conoscere il mondo. Un po’ sono fortunata e ho avuto modo di girare per lavoro. Ma ammetto che son una tipa curiosa e vorrei viaggiare di più e quindi i soldi servono”.  Dopo tutti i dibattiti sui migranti ho pensato di cominciare a tracciare un poco questa realtà trovando casi di migranti (l’ambizione è che siano donne, che in alcune delle nazioni di provenienza, han delle sfide sociali da affrontare). Ora al netto che il fenomeno post Siria dei migranti sia un affare che non risolveremo (non stiamo a raccontarci balle) prima di 10 anni, mi viene da riflettere che la maggior parte delle persone che arrivano in Europa semplicemente cercano una normalità. Una minoranza sono terroristi? Che vengano trattati come meritano dalle autorità.

@enricoverga