In sei anni hanno fatto sparire circa l’equivalente del prodotto interno lordo di un Paese come la Spagna. Tra il 2008 e il 2014 le cinquanta più grandi aziende statunitensi hanno trasferito su conti off-shore più di mille miliardi di dollari utilizzando 1.600 filiali disseminate tra le giurisdizioni fiscali più generose del mondo. In questo modo sono riuscite a sottrarre al fisco statunitense circa 100 miliardi di dollari all’anno, un vuoto che è stato ovviamente coperto dai contribuenti con un aggravio per ogni singolo americano di 760 dollari. A mettere nero su bianco le cifre delle abituali pratiche di evasione ed elusione fiscale della “corporate America” è uno studio della filiale statunitense di Oxfam, confederazione di organizzazioni no profit dedite alla lotta alla povertà e al sostegno dello sviluppo. Oxfam ha anche lanciato un appello rivolto ai leader mondiali perché si metta fine alle operazioni finanziarie realizzate attraverso paradisi fiscali. Tra i firmatari importanti economisti come Thomas Piketty, Angus Deaton e Jeffry Sachs oltre a docenti delle più importanti università del mondo tra cui un centinaio di accademici italiani tra università Bocconi, La Sapienza, Bologna e molte altre.

Nel rapporto non manca quasi nessuno dei grandi nomi che tutti conosciamo. Apple fa la parte del leone, da sola avrebbe trasferito nei paradisi fiscali 181 miliardi di dollari. Subito dopo la società di Cupertino troviamo la conglomerata industriale General Electric (119 miliardi), Microsoft (108 miliardi) e la casa farmaceutica Pfizer (74 miliardi). Scorrendo la lista compaiono tra gli altri Goldman Sachs, il gruppo petrolifero Chevron, Ibm, Procter & Gamble, Dow Chemical e Walmart. Quest’ ultimo, colosso della grande distribuzione, è stato a lungo oggetto di critiche perché, mentre ai dipendenti pagava stipendi al limite della sussistenza, era indirettamente un grande beneficiario di sussidi pubblici.

Il discorso può però assumere una valenza generale. Oxfam ha infatti calcolato che le stesse compagnie sono tra le maggiori beneficiarie di aiuti pubblici pagati dalla fiscalità generale. Sempre tra il 2008 e il 2014, secondo il rapporto, hanno incassato la bellezza di 11mila miliardi di dollari sotto forma di aiuti federali e garanzie sui prestiti. In pratica per ogni dollaro versato al fisco hanno ottenuto 27 dollari di sostegni statali sotto varia forma. Pratiche che hanno consentito ai 50 colossi statunitensi di mettere a bilancio profitti per 4mila miliardi di dollari, subendo poi un prelievo effettivo del 26,5%. Sensibilmente inferiore al 35% che grava sulla busta paga di un lavoratore americano.

Ci si potrebbe un poco consolare sapendo che i guadagni così ottenuti sono stati poi usati per fare investimenti, creare occupazione e restituire così in qualche modo almeno una parte di quanto preso dalla collettività . Purtroppo però raramente, e sempre meno, i profitti servono a questo. Gli utili infatti servono ormai quasi esclusivamente a remunerare gli azionisti (erogando dividendi o con il riacquisto di azioni che ne accresce il valore) e a gratificare il management. Secondo dati della Federal Reserve, la quota di profitti destinata agli azionisti è passata, tra alti e bassi, dal 25%-30% del periodo 1970 – 1980 a circa il 100% del 2010.

Peccherebbe un po’ di ingenuità chi pensasse che questi disinibiti comportamenti fiscali da parte dei colossi statunitensi non incontrino una certa tolleranza da parte dello Stato. Lo scorso novembre Tax Justice Network, organizzazione che riunisce esperti e professionisti di tematiche fiscali e finanziarie attivi nella lotta all’evasione, ha stilato la classifica aggiornata delle giurisdizioni più opache in materia fiscale. Al primo posto, nonostante alcune recenti aperture, rimane la Svizzera seguita da Hong Kong. Al terzo posto sono però balzati proprio gli Stati Uniti che in precedenza occupavano la sesta posizione. Una dinamica che il rapporto definisce molto preoccupante e che è caratterizzata da una scarsissima collaborazione con le giurisdizioni estere nella condivisione di informazioni.

Nel 2012 la stessa organizzazione aveva anche stimato l’ammontare complessivo delle ricchezze private messe al riparo dal fisco nei paradisi fiscali. La cifra è da capogiro: fino a 32mila miliardi di dollari. Più del Pil di Stati Uniti, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia messi insieme. Si tratta di cifre, spiegava la stessa Oxfam, in grado di falsare persino le statistiche internazionali sui livelli di diseguaglianza. Il rapporto dava anche conto dei gruppi finanziari più attivi nell’incanalare questi immensi flussi di denaro verso Paesi dal fisco molto generoso. Al primo posto i due colossi svizzeri Ubs e Credit Suisse seguiti dall’immancabile Goldman Sachs, Bank of America, Hsbc e Deutsche Bank.