Una riforma in tre mosse. Per cambiare il volto del Consiglio Superiore della Magistratura. E’ la proposta giunta dal ministero della Giustizia all’attenzione di Palazzo dei Marescialli che Andrea Orlando (nella foto con il vicepresidente del Csm Giobanni Legnini) vorrebbe approvata per l’estate. E che ha come obiettivo dichiarato di riuscire nell’impresa di limitare il peso delle correnti interne all’organo di autogoverno delle toghe, a partire dalla modifica del sistema di elezione dei componenti togati. Circoscrivendo – si legge nel documento elaborato dalla commissione presieduta da Luigi Scotti e che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare– “eccessive interferenze di gruppi organizzati ed escludere la possibilità di un vincolo di mandato riguardante gli eletti. Pur nella consapevolezza che le formule elettorali non possano di per sé sole evitare distorsioni o forzature nell’organizzazione del consenso”. E infatti, accanto alla questione di tecnica squisitamente elettorale, spuntano anche due proposte di modifica molto più significative. A partire dal rafforzamento dei poteri del vicepresidente del Csm sulle nomine per gli incarichi direttivi. Terreno su cui tradizionalmente e, a volte in maniera virulenta, si scontrano e si pesano le correnti.

PUNTO CRUCIALE che si tratta? E’ spiegato al punto nove della corposa relazione di 28 pagine predisposta dal ministero di via Arenula e dedicato alle modalità e ai termini per il conferimento delle funzioni: sarà il vicepresidente del Csm a stabilire in che tempi le proposte di nomina per gli incarichi direttivi e semidirettivi debbano arrivare al plenum per il voto finale. E potrà, preliminarmente, persino intervenire sui lavori della commissione preposta alla valutazione e alla preselezione dei candidati: se le correnti non si metteranno d’accordo in tempi ragionevoli sui nominativi, rientrerà tra le sue prerogative nominare un nuovo relatore, estraneo alla commissione. “In questo modo – scrivono i tecnici di Orlando – si possono sollecitare e realizzare dinamiche più adeguate allo svolgimento dell’attività consiliare e soprattutto si possono contenere temporeggiamenti in attesa di defatiganti accordi tra gruppi”.

CORRENTI LETALI Un potere non da poco. Anche perché, a detta della commissione Scotti, per tagliare le unghie alle correnti hanno rilevanza “forse maggiore i meccanismi operativi del Consiglio, cioè delle commissioni e del plenum, la tempistica dei procedimenti, la tempestività delle decisioni soprattutto per le procedure di maggior rilievo quali gli incarichi e la materia disciplinare”. L’innovazione di tali meccanismi – chiosa la commissione voluta dal ministro della Giustizia Orlando – “toglie di per sé spazio ed occasione a illegittime invadenze e malintesi vincoli di mandato”. E così, accanto alle prerogative rafforzate del vicepresidente in tema di incarichi, ecco la riforma della sezione disciplinare del Csm. Chiamata “a dare una risposta sollecita, se non immediata, alle richieste di procedimento da parte dei titolari dell’azione disciplinare (il procuratore generale della Cassazione e il ministro della Giustizia, ndr)”. L’obiettivo è quello di evitare giacenze, arretrati o quelle che, quando le ingerenze e i conflitti correntizi impediscono le decisioni sui casi dei singoli incolpati, la commissione definisce “situazioni di stallo”: per evitare il ripetersi di simili impasse, la sezione disciplinare sarà in futuro presieduta da un membro laico, quello che nella corsa all’elezione per la disciplinare abbia riportato il maggior numero di voti e il cui ruolo avrà però maggior peso visto che la commissione sarà ridotta nel numero dei componenti e sdoppiata in due collegi. Il primo dei quali da lui stesso presieduto.

FUORI DAL GUADO Due modifiche importanti. E che da sole potrebbero ridurre il potere delle fazioni interne al Csm. Ma poi c’è la questioni delle questioni, anch’essa fondamentale per limitare i danni delle correnti togate: quella del nuovo sistema elettorale. A cui la commissione Scotti ha dedicato molte sedute del suo lavoro e pagine importanti della relazione. Per concludere che, scartata l’ipotesi che i togati vengano eletti al Csm tramite sorteggio (incostituzionale, a detta degli esperti), l’unica cosa certa è che il meccanismo elettorale vigente ha fallito. E che, dunque, il sistema maggioritario senza voto di lista ed articolato su tre collegi unici nazionali a base uninominale va archiviato. Perché non solo “non ha raggiunto lo scopo di contrastare talune degenerazioni correntizie”. Ma, anzi, ha creato l’effetto di “limitare i candidati ad un numero corrispondente o comunque di poco superiore a quello degli eleggibili per intese preventive agevolmente controllate dai gruppo associativi”. E allora? Per uscire dal guado, la commissione ha preso in considerazione varie soluzioni. Nell’ordine: “un proporzionale a turno unico con liste concorrenti; un maggioritario a doppio turno; un sistema ibrido con liste concorrenti ma senza voto di lista; un sistema con collegi nazionali a voto trasferibile; e un sistema articolato su un primo turno con collegi locali senza liste e su un secondo turno per collegi nazionali ma con liste concorrenti”.

SOLUZIONE FINALE Grandi esercizi di tecnica elettorale, insomma. Che hanno portato alla fine la commissione ministeriale a preferire proprio l’ultima soluzione, “sia per le caratteristiche di novità che presenta, sia perché sembra soddisfare più degli altri le esigenze di favorire la parità di genere, di garantire la possibilità di scelta tra una platea più ampia di aspiranti (a prescindere dalla designazione dei gruppi associativi) e di rendere riconoscibile il progetto di giurisdizione che le candidature intendono rappresentare”. Che tipo di sistema è? Sul piano della tecnica elettorale la prima fase, sempre secondo la commissione, realizza un sistema maggioritario che offrirebbe un ampio ventaglio di selezionati. La seconda fase, con il voto di lista e di preferenza realizza invece un proporzionale: la preferenza può essere unica o duplice, a favore della stessa lista o anche disgiunta purché di genere diverso. In questo senso il potere dei gruppi associativi risulterebbe complessivamente annacquato, almeno negli auspici dei tecnici di Orlando, nel primo turno grazie “a candidature spontanee” e nel secondo attraverso preferenze differenziate rispetto a liste e candidati. Resta da vedere se tutto questo riuscirà effettivamente a scompaginare il potere delle correnti togate e a consentire al Csm di funzionale al meglio.