Le donne, quando stanno male fisicamente, vengono prese poco seriamente. A dirlo, in un lungo articolo sul giornale Atlantic, Joe Fassler, giornalista e scrittore, che ha raccontato la brutta esperienza della moglie, ricoverata per un dolore causato da una torsione ovarica, diagnosticata soltanto dopo 9 ore di attesa e di esami sbagliati al pronto soccorso. Fassler ha deciso di rendere pubblica l’esperienza della partner, dopo avere sperimentato in prima persona quello che alcuni studi accademici dicono da anni. È di 15 anni fa, la ricerca dell’Università del Maryland, intitolata “The Girl Who Cried Pain” (La ragazza che urla di dolore), che sostiene che le donne hanno esperienze di dolore più intenso, più frequente e più prolungato perché sono trattate “in modo meno energico” degli uomini. Infatti, i sintomi delle donne vengono spesso male interpretati, considerati come risultato di espressioni psicologiche ed emozionali. C’è anche un nome, per questo: sindrome di Yentl. Un termine creato da Bernadine Healy durante l’osservazione di un gruppo di donne affette da coronaropatia. La dottoressa e ricercatrice universitaria si è resa conto che, a differenza dei pazienti maschi, le donne subivano più errori diagnostici, ricevevano meno cure e venivano sottoposte ad interventi chirurgici non risolutivi. Il motivo? Era opinione condivisa che le donne fossero protette dalle malattie cardiovascolari. Una falsa credenza, dato che oggi si sa che le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte per le donne nei paesi occidentali.

Nella sua analisi, Joe Fassler cita anche un saggio di Leslie Jamison, “Grand Unified Theory of Female Pain” (Teoria grande e unificata del dolore femminile), un excursus storico sulla minimizzazione, banalizzazione e sottovalutazione delle diverse forme di sofferenza delle donne. Ma sono molti gli studi in merito. Una ricerca pubblicata sulla rivista Academic Emergency Medicine ha rilevato che su 1.000 persone visitate in emergenza, che hanno dichiarato livelli simili di scala del dolore, le donne hanno avuto tra il 13 e il 25 per cento di possibilità in meno di ricevere oppiacei. Inoltre, le donne hanno aspettato più a lungo per le medicine: 65 minuti contro i 49 degli uomini. “Mi sono reso conto che è davvero come dicono gli studi” spiega Fassler. “La diagnosi di calcoli al rene che era stata fatta a mia moglie, era dovuta a una negazione del dolore di Rachel, che veniva ricondotto alla sua natura femminile. Con un po’ più di attenzione, ci si sarebbe accorti che c’era bisogno di una valutazione ginecologica. Più tardi, i dottori mi hanno detto che il gonfiore dell’ovaia era palpabile attraverso la pelle. Ma questo pronto soccorso, come molti negli Usa, non ha personale per visite ginecologiche e ostetriche. E ogni alzata di spalle delle infermiere sembrava volermi dire: “Le donne piangono, cosa ci puoi fare?”

L’articolo di Fassler ha sollevato un dibattito su diversi giornali, dal Telegraph al Guardian, che ha scritto che ad essere sottovalutate sono proprio le malattie tipicamente femminili. Tra le meno considerate, per la gravità e per i dolori che provoca, c’è l’endometriosi. Anche se si stima che ne soffrano 176 milioni di donne nel mondo, sono ancora pochi i medici che sanno come diagnosticarla e gli specialisti che la conoscono. Le testimonianze raccolte dal giornale inglese parlano di donne che soffrono in modo sproporzionato per le mestruazioni, ma che non vengono prese sul serio. Una donna ha raccontato che non veniva creduta da nessuno, nemmeno da amiche e parenti, che pensavano stesse esagerando. Un’altra ha scritto che, pur essendo una scienziata, sposata con un dottore, ha impiegato tre anni per avere una diagnosi corretta.

Oltre ai pregiudizi, mancano gli studi sulle malattie delle donne, sia su quelle specifiche sia su quelle che riguardano entrambi i sessi. Di questo si occupa la medicina di genere, un ambito di studio che, anche se con fatica, sta prendendo piede all’estero e in Italia e che, sottolineano alcuni articoli, andrebbe potenziato.