Ha superato bene il primo week-end di programmazione, cosa non scontata per i film che parlano di diritti umani senza star hollywoodiane e distribuiti da piccole case indipendenti. Ora La sposa bambina, di Khadija al-Salami (Yemen 2014), distribuito da Barter Entertainment e patrocinato da Amnesty International Italia, nelle sale italiane dal 12 maggio, prosegue il suo ciclo di proiezioni (qui le sale). Il film narra la storia vera di Nojoud, una bambina yemenita che, a soli 10 anni di età, riesce a convincere un giudice a concederle il divorzio dal marito, che ha dovuto sposare in un matrimonio forzato e precoce organizzato dalla famiglia. In un paese instabile e spesso sconvolto dalla guerra, l’amministrazione civile è precaria, a volte assente. Soprattutto nelle zone rurali, nascite e matrimoni non vengono registrati correttamente o semplicemente non risultano. Dunque, è difficile avere dati certi sui matrimoni forzati e precoci.

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Le organizzazioni per i diritti umani ritengono comunque che si tratti di una pratica comune: casi come quello di Nojoud o della stessa regista del film sono frequenti. Infrequente è che finiscano con un divorzio. I genitori che vivono nelle zone rurali, ancora più povere rispetto all’ambiente urbano, danno in sposa le loro figlie perché le considerano un peso dal punto di vista economico e perché considerano il matrimonio precoce come un modo per salvaguardare il cosiddetto “onore della famiglia”: prima la si dà in sposa, più è certo che la futura moglie arrivi vergine al matrimonio. I matrimoni precoci comportano che le ragazze non vadano più a scuola e finiscano per dipendere da ogni punto di vista dal marito. Le spose bambine, inoltre, vanno incontro a complicazioni durante la gravidanza e il parto che, in alcuni casi, provocano lesioni gravi se non la morte.

Le donne che rivendicano il diritto di sposare un partner scelto liberamente, contro la volontà delle loro famiglie, rischiano violenza fisica e restrizioni alla libertà di movimento. Vengono chiuse in casa, se scappano vengono riprese e sono costrette a sposarsi con le minacce. Pochissime hanno la forza e il sostegno intorno a sé, necessari per ribellarsi. A meno di non chiamarsi Nojoud, presentarsi a 10 anni di fronte a un giudice, guardarlo negli occhi e dirgli: “Voglio il divorzio”.