Deve essere un folle James Blake. Decidere di uscire con un nuovo album nella notte tra il 5 e il 6 maggio, senza alcuna fanfara promozionale, non è roba da tutti. Il giovane capostipite della “soul-step” londinese si scontra persino con la corazzata dei connazionali Radiohead, alle prese negli stessi giorni con una delle più grandi trovate di marketing di sempre. Ma Blake, a 3 anni dal fortunato LP “Overgrown”, non ha bisogno di raffinate strategie per lanciare “The Colour In Anything”, il suo terzo lavoro in studio.

A partire dal 2009, insieme agli XX, il nostro è il regista di una svolta nel pop indipendente inglese, una “rivoluzione gentile” giocata sull’innesto innovativo di ritmiche dubstep a fantasmatici elementi post-garage. Da lì a poco sarebbe diventato un vero e proprio landmark musicale di riferimento per artisti come FKA Twigs, London Grammar, Laspley e Jack Garratt. Aggiungiamoci pure come Madonna, Kanye West e Beyoncé, in più di un’occasione, si siano prodigati in lodi sperticate verso questo ragazzo della periferia londinese. Beyoncé ha fatto anche di più: l’ha chiamato a collaborare durante le registrazioni del suo nuovo disco “Lemonade”, dove Blake ha potuto prestare la sua voce inimitabile alla traccia “Forward”.

Ed è proprio nelle collaborazioni, e più in generale nell’apertura artistica, che si gioca una delle carte vincenti di “The Colour In Anything”. Infatti ha tirato dentro il brano “I need a forest fire” l’ormai inseparabile amico Justin Vernon aka Bon Iver, mentre i luminari hip-hop Frank Ocean e Rick Rubin sono stati coinvolti nella title track, in qualità rispettivamente di co-autore e co-produttore. Con “ The Colour” Blake decide di strafare: 17 tracce per un totale di 76 minuti. Recentemente anche Drake e Kanye West hanno scelto di sovradimensionare le loro tracklist con il risultato, però, di far smarrire l’attenzione. Qui Blake tuttavia sostiene magistralmente l’interesse come se fosse una lunga suite emotiva. Ogni blip, ogni sprazzo di vocoder, ogni accordo è progettato per rimanere sulla giusta lunghezza d’onda.

Dai silenzi e dalle assenze della magnifica open track “Radio Silence”, sino allo stordimento isolazionista di “Modern Soul”, tra gocce di piano e l’ipnotico refrain “I want it to be over”, la poetica crepuscolare di Blake si gioca su memorie sbiadite, allusioni, e un’alienazione in filigrana. C’è spazio, però, anche per laceranti dichiarazioni d’amore, come in “Love Me In Whatever Way What”, che dialoga a distanza con “Giving Up” di Donny Hathaway. Ma anche gli amori scontano la consapevolezza del cambiamento, come in “f.o.r.e.v.e.r.”, dove Blake canta al pianoforte “Don’t use the word ‘forever’ / We live too long to be so loved”. A diversificare il cantato arriva l’uso massiccio di vocoder in “Put That Away And Talk To Me”, una distopia interiore dell’artista che s’interroga su dove sia finita la sua bella vita precedente. Appena una traccia avanti, e troviamo uno dei pezzi più dance-friendly del disco, “I Hope My Life”, che trasporta su disco il sound di 1-800 Dinosaur (la label a cui l’electro-writer destina le sue uscite da after party).

Tra i pezzi poeticamente rilevanti c’è “Waves Know Shores”, che tra suoni di ottoni introduce l’atmosfera che vivono le coppie all’inizio di una relazione, cantando “You want to know me like waves know shores”, oppure nella doppietta di “Choose Me” – lacerante elegia con Yoda vocoder – e “I Need A Forest Fire”, dove il perfetto innesto vocale tra Vernon e Blake è posto al servizio di una metafora di naturale autoannientamento. “Meet You In The Maze” conclude in modo straniante il disco: un gospel digitale costruito a suon di autotune, pitch shift e chorus, sospirando “Music can’t be everything”. “The Colour In Anything” non è un album che possiamo archiviare come “bello” e passare oltre. È un’opera che fa a pezzi paletti e convenzioni nei linguaggi pop degli anni 10, risultando però credibile e attraente nella sua fragilità. Non una cura, ma una seducente diagnosi.