Dopo tre programmi di salvataggio e centinaia di miliardi di euro in aiuti e prestiti, la Grecia è di nuovo in difficoltà, tanto che si ritorna a parlare di rischio Grexit. Il problema è l’economia ancora poco competitiva, non la spesa per interessi. Riforme strutturali e interventi umanitari.

di Nicola Borri* (Fonte: lavoce.info)

Un’economia ferma

Dopo circa 250 miliardi di euro spalmati su tre programmi di salvataggio, si parla di nuovo di Grecia, di ristrutturazione del suo debito e di Grexit, come se nulla di positivo fosse successo negli ultimi anni. Dal 2000 a oggi, il Pil pro-capite greco è sceso di circa il 25 per cento: il minimo nel 2013, ma da allora l’economia non è più praticamente cresciuta. Di chi la colpa? Secondo Vassillis Papadopoulos, un cameriere greco intervistato dal Guardian, è dei creditori internazionali che “ogni giorno distruggono [la Grecia] un po’ di più”? Vassillis non è il solo ad affermare questa tesi. Ma ha ragione? L’ultimo piano di aiuti, approvato dal governo greco solo la scorsa estate, in cambio dell’aiuto finanziario da parte di Fondo monetario internazionale e dei membri dell’Eurozona, richiedeva riforme tese ad aumentare il gettito fiscale, stabilizzare il bilancio e rendere l’economia più competitiva.

In particolare, una delle condizioni ora al centro delle critiche stabiliva l’impegno a un surplus primario, ovvero al netto della spesa per interessi sul debito, pari al 3,5 per cento, per un periodo di tempo sostanzialmente indefinito, a partire dal 2018. L’Fmi spinge ora perché i membri dell’Eurozona, principali creditori della Grecia, ristrutturino il debito attraverso un mix di riduzione del suo valore nominale, allungamento delle scadenze e riduzione dei tassi di interesse: tutte misure che comporterebbero un nuovo default, parziale, di Atene. Secondo l’Fmi, non è pensabile che il paese possa riprendere a crescere, mantenendo allo stesso tempo gli impegni presi in termini di avanzo primario, mentre un target pari al 1,5 per cento sarebbe più credibile.

Non basta la ristrutturazione del debito

Difficile che la sola riduzione dell’obiettivo di avanzo primario risollevi le sorti della Grecia. Stesso discorso vale per la ristrutturazione del debito che avrebbe un grande rilievo mediatico e aiuterebbe politicamente la maggioranza di Syriza, ma non cambierebbe di molto le cose. Infatti, sebbene il debito greco abbia oramai raggiunto il poco invidiabile livello del 180 per cento del Pil, la spesa per interessi è relativamente modesta (circa 4 per cento del Pil) perché i creditori – membri dell’Eurozona e Fmi – applicano tassi estremamente vantaggiosi. Se la Grecia non cresce, dunque, non è certo per l’alto debito o per gli interessi proibitivi sul debito. Se azzerassimo oggi con un tratto di penna tutta la spesa per interessi, la Grecia non sarebbe comunque in grado di coprire la sua spesa pubblica. Dal 2000 in poi non è mai riuscita a registrare un surplus di bilancio e, anche al netto della spesa per interessi, le entrate fiscali non pareggiano le spese.

I governi che si sono alternati negli ultimi anni hanno approvato importanti riforme che hanno modernizzato e reso più competitivo il paese, con costi molto severi per tanti cittadini greci che hanno visto ridursi il proprio reddito disponibile. Ma la Grecia resta ancora un paese troppo poco competitivo. Ad esempio, la spesa per le pensioni vale ancora il 15 per cento del Pil, circa il doppio della media Ocse; per ogni pensionato, vi sono meno di due cittadini greci che lavorano (circa 1,7); più della metà delle famiglie non è tenuta a pagare tasse; molti settori dell’economia sono ancora chiusi alla concorrenza; il piano di privatizzazioni è sostanzialmente bloccato. Se nel 2014 il paese aveva raggiunto, faticosamente, il pareggio del surplus primario e ricominciato a crescere, la situazione, dopo il fatidico referendum dell’estate scorsa, con la quasi uscita dall’euro e la sostanziale distruzione del sistema finanziario, è nuovamente peggiorata.

Cosa fare? I greci devono continuare lungo la strada, lunga e difficile, della riforme. Riprendere a crescere è l’unica vera speranza. Nella fase di transizione, i paesi dell’Eurozona dovrebbero intervenire per sostenere i cittadini greci in difficoltà, come si fa per i paesi colpiti da una catastrofe, inviando farmaci, attrezzature mediche e anche derrate alimentari. Ma sbaglia Vassillis a negare l’evidenza: i responsabili della situazione drammatica della Grecia non sono i creditori internazionali, ma i tanti governi che si sono alternati negli ultimi anni, gli interessi corporativi e, quindi, alla fine, gli stessi cittadini greci.

*E’ ricercatore della Luiss Guido Carli dal 2009. Dopo laurea e master in Economia Politica all’Università Bocconi, ha conseguito il PhD in Economics presso la Boston University. Le sue principali aree di ricerca sono asset pricing e finanza internazionale. Il suo paper Sovereign Risk Premia (con Adrien Verdelhan) ha vinto il premio come miglior paper del ABI Country Risk Forum e il 2010 WRDS Best Paper Award della European Financial Management Association.