Ci sono leggende, nella musica, che si auto alimentano, creando aspettative e continuando a tenere viva l’attenzione dei fan semplicemente dando ai cultori pane per i loro denti. Album leggendari la cui uscita è sempre imminente ma che poi non escono mai, slittando di settimana in settimana, di mese in mese, finché, nascosti nei fumi della vita quotidiana, se ne perde per un po’ anche solo il ricordo. Poi, ecco che rispunta la notizia dell’imminente uscita, e si ricomincia da capo, in un loop. Sarebbe quasi offensivo nei vostri confronti citare Smile dei Beach Boys, poi uscito a solo nome di Brian Wilson, o Chinese Democracy dei Guns ‘N Roses, continuamente rinviato e poi uscito con la formazione abbondantemente rimaneggiata (quindi, va detto, massima delusione per un po’ tutti) o, questa sì una chicca, il seguito di Loveless dei My Bloody Valentine, uscito sotto la sigla m b v il 3 febbraio 2013, a distanza di ventidue anni da precedente. Così, buttato in rete, senza manco un vero e proprio annuncio.

Ecco, esattamente in questo ambito di leggende discografiche, va legittimamente incluso il terzo album degli Stone Roses. Qualcosa che sarebbe capace di far pulsare il sangue nelle vene a doppia velocità a chiunque abbia adorato la band di Ian Brown, John Squire, Mani e Reni. Chiunque ami la musica, verrebbe da aggiungere, tanto per non far capire come chi scrive la pensi a riguardo. Capostipiti dell’ondata MadChester, gli Stone Roses sono stati più di ogni altro la band che ha segnato il passo mescolando rock, funk e psichedelia e condendo il tutto con testi di rivolta, politicizzati e arroganti, aprendo la cosiddetta Summer of Love inglese e quindi finendo per dar vita al brit-pop tutto, dai Blur agli Oasis, passando per Arctic Monkeys, Kasabian e compagnia cantante. Ian Brown e soci hanno dato alle stampe due album, quello che porta per titolo il nome della band, datato 1989 e eletto da NME come il miglior album di tutti i tempi e Second Coming, datato 1994, cui seguì uno dei più tragici scioglimenti della storia del rock. Nel 1995 lasciò il gruppo Reni, il batterista, l’anno successivo John Squire, titolare di uno dei più imitati suoni di chitarra al mondo. Da lì alla fine il passo fu breve. Noto è l’episodio che vuole Slash dei Guns proporsi come sostituto di Squire, con Ian Brown che lo fredda con un “Vaffanculo, io odio i Guns ‘N Roses”. Comunque, dopo una carriera solista altalenante da parte di Brown, nel 2012 la reunion, con una prima comparsa in scena di Ian e John al fianco di Mick Jones dei Clash. Alcune partecipazioni a festival, l’uscita del film documentario The Stone Roses: Made of Stone e poi un tour. Nel mezzo, dichiarazioni sparse riguardo nuovo materiale: si parla addirittura di un terzo album.

Poi ieri, così, dal nulla, spunta fuori un nuovo singolo, All For One. Registrazione “scrausa” e molto gracchiante ma sono indubbiamente loro, gli Stone Roses di Ian Bronw, John Squire, Reni e Mani. Il giro ritmico è il loro, il cantilenare arrogante e da duro di Ian Brown, che ripete poche parole, con quella sua voce inconfondibile, è il loro, la chitarra di Squire, che gioca con un riff per poi lasciarsi andare a un assolo acido e incartato, è il loro. Sono gli Stone Roses e sono tornati dopo ventidue anni dalla loro ultima uscita di studio ufficiale. Inutile star qui a cercare difetti di produzione, a parlare di suono vintage, a inerpicarsi su terreni fangosi per dire che erano meglio prima di oggi. Gli Stone Roses sono tornati e sono, oggi come allora, una delle band con uno dei suoni più caratteristici e seminali al mondo. Da qui, per intendersi, gente come i fratelli Gallagher potrebbe trarre spunto per almeno cinque o sei album, come già fatto in passato. All For One diventerà un inno come in passato è successo con I Wanna Be Adored o Made of Stone? Difficile dirlo. Dentro le nostre teste già gira a palla, tanto ci basta.