Immaginate di essere una neonata e, nello stesso tempo, di avere le capacità interpretativa di un adulto.

Immaginate che questa neonata sia consapevole della giovane età della madre che l’ha messa al mondo e la osservi con uno sguardo indulgente, già pieno di comprensione. Immaginate che questa neonata abbia già capito su quale strada disgraziata la vita l’abbia messa a vivere e ce lo racconti con l’occhio suo: quello della neonata che guarda le cose con l’espressione spaurita dei piccoli.

Mamma mi prese, viscida e molliccia com’ero, e mi posò contro il suo seno, chiedendosi come fosse possibile che un esserino così rosa e fragile potesse essere tanto feroce da lacerare la persona che avrebbe dovuto amarla di più al mondo.

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Ecco, l’incipit di ‘Tutti gli uomini di mia madre’ di Kerry Hudson (Minimum Fax) compie il piccolo sortilegio di introdurre nel romanzo attraverso un punto di vista netto e indiscutibile, in cui il lettore potrebbe trovarsi sperduto, o, peggio, incredulo. Invece la Hudson sa come imporre la sua protagonista da subito, sin dalla sua nascita, per poi seguirla nella crescita fino alla tarda adolescenza. La impone con un linguaggio risoluto, perentorio – soprattutto all’inizio del libro – in cui lo sguardo della protagonista soddisfa senza cedimenti la credibilità del lettore.

La storia è quella di Janie Ryan, figlia di una ragazza madre che la costringe, suo malgrado, a una vita di traslochi in diversi quartieri degradati del Regno Unito, a convivere con uomini deboli e ubriachi oppure ubriachi e violenti, ad assistere alla morte dello zio per eroina, ad accettare una madre instabile, quasi sempre ubriaca, a districarsi tra bande di piccoli criminali e l’impellente voglia di fuggire, e crescere, ed emanciparsi come certi personaggi che legge nei libri presi in prestito nelle biblioteche. Una storia che si presta subito a uno stile giovanilistico, di quelli sempliciotti e faciloni. Invece la Hudson sa trasformare in poesia anche le frasi più sboccate, sa convertire in immagini dense, piene di scarna umanità situazioni dai facili cliché.

La Hudson preferisce imboccare una strada precisa, che non è tanto quella dello stile – quasi grezzo –  piuttosto è quella del ritmo: più di trecento pagine al suono di un brit rock che incalza frase dopo frase, che perseguita la protagonista in un incessante svelamento: che la sua vita potrebbe essere migliore, ma bisogna voltare la pagina. Per certi versi mi ha ricordato il Robert McLian Wilson di ‘Eureka street’: per il racconto mimetico senza sociologismi di certe periferie britanniche, per il loro grigiore, per il tono iroso di chi vuole oltrepassare i margini seppur a fatica, per la lieve, crudele ironia.

Lontana dalla costruzione più complessa del romanzo di Wilson, la Hudson ha però uno sguardo a cui non sfugge nulla; tutto vede, tutto sa, e la sua scrittura si ciba di questa attenta partecipazione al narrato. Proprio per questo, ho avuto la sensazione che per tenere a bada tale sguardo così tanto complice, e questa storia così difficile, abbia, volutamente, controllato lo stile per non cedere nella tensione e al distacco freddo che le imponeva il racconto. Sarebbe stato ancora più gratificante vederla scendere negli abissi del dolore di Janie, vederla compiere acrobazie narrative che sicuramente sa fare per rischiare ancora di più l’osso del collo, e imbattersi nei demoni della sua narratrice per rimpolpare un pathos che si trattiene, che fatica ad esplodere.