Giusto una settimana fa, a Otto e mezzo, dicevo che “la questione morale riguarda tutti, me incluso”. E ovviamente riguardava quindi anche il Movimento 5 Stelle, “come dimostrano i casi di Quarto e Livorno”. E’ bastata quella frase, scontata e inattaccabile, per far partire i soliti insulti dalla claque citrullo-talebana che (in qualsiasi partito) nega l’evidenza e uccide ogni dibattito. Quella claque c’è nei grillini come nei renziani, nei salviniani come nei berlusconiani, ed è uno dei motivi per cui questo paese – malato terminale di tifo – non ha molte speranze. Ovviamente, e dissi anche questo, il peso della questione morale sui 5 Stelle non poteva essere certo minimamente paragonabile a quello, enorme, che grava sul Pd. Di lì a poco, da Fabio Fazio, lo avrebbe (più o meno) ammesso anche lo stesso Matteo Renzi. Nel giro di pochi giorni sono poi arrivati gli avvisi di garanzia a Nogarin (e nell’ambiente lo sapevano tutti) e Pizzarotti.

E’ del tutto evidente che ci sia caso e caso e la vicenda Lodi non è uguale alla vicenda Parma. E’ del tutto evidente che Nogarin e Pizzarotti abbiano raccolto le macerie enormi di centrosinistra e centrodestra, e faccia ora un po’ ridere chi dà loro tutta la colpa di quanto accada a Livorno e Parma. Ed è altrettanto evidente come, per i media italiani, un avviso di garanzia ai 5 Stelle meriti prime pagine e servizi di otto ore mentre un indagato piddino in concorso esterno per mafia vada puntualmente nascosto e ridimensionato. Sono tutte cose che, almeno qui, ben sappiamo. Il punto, però, è che se tu fino a ieri hai detto e urlato che “chi è indagato deve dimettersi”, presti poi il fianco alle facili critiche di “doppiopesismo”.

Ieri Di Battista ribadiva a Otto e mezzo che l’avviso di Nogarin era al momento “un atto dovuto” e che nei prossimi giorni avrebbero tutti valutato meglio gli atti. Ci sta, è logico, è giusto: c’è caso e caso. Non ha senso dimettersi sempre per qualsiasi avviso di garanzia. Ma era proprio quello che ripeteva Di Maio fino a pochi mesi fa. O i 5 Stelle erano spericolatamente troppo giustizialisti a inizio percorso, o sono diventati fatalmente (e per quanto mi riguarda giustamente) più “realisti” giorno dopo giorno. Oppure sono vere entrambe le cose.

In ogni caso, il problema esiste – un problema elettorale, ma pure e soprattutto etico – e la questione morale è una battaglia dirimente per i 5 Stelle. Renzi può permettersi di fregarsene, come peraltro fa: i 5 Stelle, no. Se vogliono dimostrarsi credibili al punto da governare nelle grandi città e nel Paese, devono muoversi nelle prossime settimane con grande chiarezza e lucidità. Anche a costo di tornare al voto a Livorno e Parma. Anche a costo di rimangiarsi qualche parola del passato. Con gli slogan si erotizza la curva talebana (la stessa che fino a ieri aveva il poster di un Becchi qualsiasi in camera) e si vince una volta. Forse due. Ma non si diventa mai grandi. E il M5S, orfano per giunta di una figura decisiva come Gianroberto Casaleggio, deve diventare grande per forza. E deve pure farlo, ahilui, assai in fretta: non ha altre strade.