Alfred Hitchcock, Marcel Proust, il detective Lew Archer, e la FPO del fu Jorg Haider, tutti insieme appassionatamente in un romanzo giallo potrebbero destare sospetti ai più. Ma se davanti alla tastiera del pc è seduto Bruno Perini, ecco che il risultato brilla di un rimarchevole controluce antico/moderno che sa di grande e consumato scrittore. Figlie del diavolo (editore Tralerighe) è l’opera terza del giornalista milanese, collaboratore delle pagine di economia e finanza de Il Manifesto, poi in prima linea sotto al Palazzo di Giustizia di Milano nei concitati anni di Mani Pulite dal 1992 al 1998. Se prima c’erano stati Richiamo di Sangue (Baldini&Castoldi, 2004) e il saggio Memorie di zio Adriano (Mondadori, 2010), proprio sul Celentano della via Gluck, fratello di Maria, a sua volta mamma di Bruno, con Figlie del diavolo il 66ennePerini costruisce una nuova ed audace trappola per il lettore: dalla più classica struttura del racconto da letteratura di genere ci si ritrova immersi in un incubo ad occhi aperti che fa i conti seriamente con i cascami della dittatura cilena di Pinochet e con le coperture politico/economiche che hanno permesso ai torturatori di quel regime di rifarsi una nuova e linda esistenza.

Il protagonista del libro, il giornalista Tiziano Donini, sorta di voce fuori campo come in quei noir anni quaranta/cinquanta, è avvolto nel dubbio e sensibilmente perduto dopo la separazione voluta laconicamente al telefono dalla moglie. Tornando da Roma per puro caso finisce su un treno che corre verso Venezia ad inseguire la silente consorte. Mal gliene incolse. Tra disabitate calli e sottoporteghi, in un fulminante inizio dal ritmo hitchockiano, Donini insegue l’amata traditrice e scoperchia il vaso di Pandora del passato di quella donna “vissuta due volte”, altolocata, ricca e misteriosa sì, ma che aveva sempre considerato una moglie normale. L’indagine del nostro toccherà così, come nei più contemporanei thriller internazionali, mete geografiche europee ed americane, tra furfanti milanesi che sottraggono e ripongono quadri di pregio in appartamenti di lusso, zelanti poliziotti austriaci e cacciatori di uomini alla Simon Wiesenthal.

“Tutto è nato dopo aver letto una notizia di cronaca di un caso simile a quello della protagonista femminile del libro, Rebecca”, spiega al FQMagazine, Bruno Perini. “Sia in Cile che in Argentina si verificavano casi in cui figli delle persone torturate, soprattutto a villa Grimaldi a Santiago del Cile, si vendicavano. Ho voluto immaginare questa trasformazione nella vita di una persona qualunque. Fonte di ispirazione, in questo caso, è L’Allievo di Stephen King”. Poi c’è la grossa eredità poetica di quel genio del regista di Psycho, una vertigine sensoriale ondeggiante tra riferimenti diretti (Rebecca, La finestra sul cortile, o l’assegnazione del pezzo da parte del caporedattore a Donini proprio sul regista inglese) e un’atmosfera direttamente “da film”: “Inconsciamente devo aver tentato di combinare emozione e sorpresa, proprio come nella celebre lezione che Hitch fa a Truffaut”.

Senza dimenticare la detection sopraffina, un lavoro di cesello nella ricerca delle fonti, più che da detective privato, o da giornalista delle pagine culturali come Donini risulta nel romanzo, da navigato cronista di giudiziaria: “L’amico e collega Piero Colaprico mi ha detto che in questo libro si fanno indagini proprio come un giornalista di giudiziaria dovrebbe fare. Pietro ha spiegato che è come se si assistesse a ciò che fanno i protagonisti del Boston Globe in Spotlight. Io posso solo dire che il riferimento alla detection passo passo di Lew Archer dei romanzi di Ross Macdonald è voluto”. Infine, altro elemento importante è una buona dose di sesso, soprattutto nella prima parte, quando il protagonista brancola ancora nel buio della risoluzione dell’enigma: “Ho voluto caratterizzare il mio personaggio per davvero. Il sesso non deve essere assente altrimenti sembra di essere in un mondo artificioso diverso dalla vita reale. Poi, chiariamo che se c’è bisogno di metterlo c’è come lo farebbe Anais Nin e non E.L. James, ovvero Erika Mitchell, di 50 sfumature di grigio”.