Per l’Europarlamento “la Cina non è un’economia di mercato” e “ancora non soddisfa i cinque criteri stabiliti dalla Ue per definire le economie di mercato”. E’ il passaggio principale della risoluzione bipartisan, sostenuta da popolari, socialisti, liberali, conservatori e Verdi ed approvata con 546 sì, 28 no e 77 astenuti. Il testo chiede alla Commissione Ue di mantenere i dazi e i meccanismi anti-dumping e di “opporsi a qualsiasi concessione unilaterale dello status di economia di mercato”. La risoluzione non è vincolante per la Commissione, ma lancia un forte segnale politico in vista di dicembre, quando si dovrà valutare il passaggio della Cina allo status di economia di mercato nel Wto, a 15 anni dall’avvio del processo nel 2001.

Il Parlamento riconosce e ribadisce “l’importanza del partenariato tra la Ue e la Cina”, tanto che nel preambolo osserva che “per la prima volta nel 2015 gli investimenti della Cina nella Ue hanno superato gli investimenti dalla Ue in Cina”. Ma sottolinea anche che “dato l’attuale livello di influenza dello Stato nell’economia cinese”, le decisioni delle imprese su “prezzi, costi, produzione e fattori di produzione non rispondono a segnali di mercato che rispecchiano l’offerta e la domanda”.

In particolare, Strasburgo chiede di “tenere in conto le preoccupazioni dell’industria europea e dei sindacati” per le conseguenze dell’eventuale apertura sull’industria europea, anche in relazione all’obiettivo – fissato già nel 2012 dalla Commissione – di “portare al 20%, entro il 2020, la quota dell’industria nel pil della Ue”. Quindi l’assemblea elettiva chiede che la Ue possa continuare a mantenere gli attuali livelli di dazi. Inoltre sollecita la Commissione sulla “necessità imminente” di “una riforma generale degli strumenti europei di difesa del commercio che garantiscano parità di condizioni per l’industria Ue con la Cina e gli altri partner, nel pieno rispetto delle regole del Wto”.

Sono cinque i criteri europei che definiscono un’economia di mercato e che la Cina, secondo Strasburgo non rispecchia. Innanzitutto, non avere significative interferenze statali nelle decisioni delle imprese in materia di prezzi, costi e fattori produttivi. In secondo luogo, sottoporre le imprese a revisione contabile indipendente, seguendo i criteri di contabilità internazionali. Poi, fare sì che i costi di produzione e la situazione finanziaria delle imprese non siano soggette a distorsioni di rilievo, comprese le svalutazioni degli attivi ed i pagamenti con compensazione dei debiti. Inoltre, lo Stato deve garantire certezza del diritto in materia fallimentare e di proprietà delle imprese. E infine, l’ultima condizione è la liberalizzazione dei tassi di cambio.