Un golpe? No. Quello che all’alba di stamane ha ‘afastado’, appartato, Dilma Rousseff dalla presidenza del Brasile è sicuramente il risultato d’una manovra politica infame e per molti aspetti grottesca. Anzi, peggio: è l’esatto contrario di quel che afferma d’essere. Ovvero: non un momento di lotta alla corruzione, ma l’ultimo spasimo d’un sistema corrotto, un paradossale processo nel quale chi giudica è più colpevole di chi viene giudicato. Una farsa, se si vuole. Un triste festival di tradimenti e di pugnalate alla schiena. Ma non un golpe. E definire tale la sequenza di fatti – aberrante, ma pienamente costituzionale, come confermato dal Supremo Tribunal Federal – con la quale è stata ora avviata la procedura d’un probabile impeachment contro la ‘presidenta” in carica, ad altro non serve che a sovrapporre alla turpitudine del ‘j’accuse’ contro Dilma l’ambiguità d’un alibi e – cosa ancora più disdicevole – la pericolosa banalizzazione d’una entità politico-militare che nella storia del Brasile e dell’America latina ha conosciuto ben altre e ben più consistenti vicissitudini.

No, niente ‘golpe’. Dilma è stata ‘afastada’ per 180 giorni – in attesa dei risultati d’un processo politico basato su reati amministrativi d’assai dubbia natura e d’impalpabile peso nel quadro degli scandali di corruzione in corso d’opera – nel pieno rispetto della Costituzione. Ed a metterla sotto accusa è stato un sistema politico – il medesimo di cui Dilma è parte – che, a sua volta sotto accusa, s’illude di poterla usare come agnello sacrificale per salvare se stesso (scrivo ‘s’illude’ perché appare assai improbabile che le ire del ‘dio’ in questione, il giudice Sergio Moro, titolare della inchiesta ‘Lava Jato’, possano essere placate dalla pantomima in corso a Brasilia). Proprio questo infatti – la straordinaria, appiccicosa contiguità tra accusati ed accusatori – è, se vogliano, l’aspetto più peculiare e tragico della vicenda, quello che più lo distingue dall’altro ‘non-golpe’ della più recente storia brasiliana. Vale a dire: dal processo di impeachment che, nel 1992, provocò la caduta di Fernando Collor de Mello, primo presidente democraticamente eletto dopo la fine della dittatura militare.

Ieri sono stati 55 (a fronte di 22 contrari) i senatori che hanno votato a favore dell’apertura della procedura d’impeachment. Ed il numero è importante perché – se la matematica non è un’opinione, come in questo assurdo Brasile potrebbe infine essere – 55 è a tutti gli effetti uno più di 54, tanti quanti sono i voti che, tra non più di sei mesi, concluso il processo sul merito delle accuse, saranno necessari per destituire definitivamente la ‘presidenta’. Il punto – un molto paradossale punto – tuttavia è: quanti di questi ipotetici 55 voti saranno, per quel fatidico giorno, ancora disponibili? Eduardo Cunha, il molto ambiguo presidente della Camera che ha di fatto messo Dilma alla sbarra – o, se si preferisce, il gran regista della congiura di Palazzo contro Dilmagià è stato a sua volta ‘afastado’ perché troppo pesantemente coinvolto nello scandalo delle tangenti petrolifere. Ed anche Michel Temer, l’ancor più ambiguo vicepresidente chiamato a sostituire Dilma fino alla fine del giudizio (e fino alla fine del mandato, dovesse Dilma essere condannata) appare immerso, almeno fino alla cintola, nel gran pantano del ‘petrolão’ (per l’appunto: l’immenso scandalo delle tangenti e delle bustarelle elargite da Petrobras, l’ente petrolifero di Stato). Il tutto mentre elementari statistiche impietosamente ci raccontano come, dovesse un malevolo uccellaccio sorvolare il Congresso (Camera e Senato) e lasciar cadere in loco i resti organici del becchime ingerito in giornata, avrebbe almeno sei possibilità su dieci di colpire, senza grandi differenze tra partiti al governo e partiti d’opposizione, qualcuno coinvolto in inchieste giudiziarie in materia (prevalentemente) di corruzione.

No, di nuovo, l’impeachment non è un golpe. E definirlo tale altro non è che un modo per nascondere la realtà e le vere ragioni del disintegrarsi – politico, economico e morale – del sistema di alleanze che negli ultimi 12 anni ha garantito al Brasile, tra luci ed ombre, un governo ‘di sinistra’. Non è facile – soprattutto per chi è di sinistra – analizzare in profondità le cause d’una tanto repentina e catastrofica caduta. Di certo c’è il fatto che il sistema, cresciuto in un periodo d’auge garantito dagli alti prezzi delle materie prime, ha rivelato tutta la sua fragilità di fronte al mutare delle condizioni economiche; e che, in questa fragilità, è prepotentemente emerso il lato oscuro di quello che va sotto il nome di ‘lulismo’. O, più esattamente: è emersa la realtà (da tempo evidente, ma ignorata nell’abbagliante ed illusoria luce dei successi economici) della trasformazione genetica che, lungo le vie del potere, ha stravolto – da partito del cambiamento a parte dello status quo – il PT di Luiz Inácio Lula da Silva.

Nel Brasile di oggi – e questa è la vera tragedia – sembra non esservi più destra né sinistra. Soltanto corruzione. Corruzione e sfiducia. Un’occhiata ai numeri dei sondaggi, per aver un quadro della situazione. Oggi solo il 25 per cento dei brasiliani desidera che Dilma resti presidente. Ma questa già infima percentuale s’abbassa al 10 per cento quando il nome della Rousseff viene rimpiazzato da quello di Temer. E se è vero che Lula resta il più popolare dei politici brasiliani, vero è anche che questa popolarità a stento arriva oggi al 20 per cento, anni luce lontano non solo dall’80 percento col quale Lula finì il suo secondo mandato, ma anche dalle percentuali minime richieste per definire una presidenza con mandato popolare.

Come uscire da questa palude? L’unica strada percorribile appare quella di nuove elezioni. E si tratta a tutti gli effetti d’una strada non facilmente percorribile (per tornare al voto occorrerebbe un consenso politico del quale ancora non s’intravvede traccia) e comunque irta di spine (il voto potrebbe aprire la strada alla destra peggiore, come dimostra l’ascesa di squallidi personaggi ‘alla Trump’, o alla Salvini, come Jair Bolsonaro)…La memoria corre al movimento ‘direta já’ che, negli anni ’80, portando in piazza milioni di persone, reclamò il diritto del popolo ad eleggere i propri rappresentanti. Potrà, in questo Brasile, ripetersi qualcosa di simile?