Può un uomo che ha ucciso la moglie e madre dei propri figli diventare un erede della vittima? Il buonsenso direbbe di no, e anche la legge italiana, ma a dichiarare l’“indegnità a succedere” può essere soltanto un giudice con una sentenza, magari dopo anni di battaglie legali. Almeno fino ad ora. Perché mercoledì 11 maggio 2016 sarà presentata alla Camera una proposta di legge che mira proprio a evitare i passaggi (e a volte anche gli scontri) in tribunale, e a rendere automatica l’esclusione dalla linea di eredità per chi viene condannato dell’omicidio della moglie o del marito. Semplificare la burocrazia, accelerare le tempistiche e soprattutto tutelare il più possibile gli orfani sono le linee generiche del disegno, che è stato presentato dal deputato del Centro democratico Roberto Capelli. Tra gli altri punti, c’è anche il congelamento dei beni di chi si è macchiato del delitto e l’obbligo in sede penale per il giudice di riconoscere ai figli il 50 per cento del risarcimento presunto già con la sentenza di primo grado. Si chiedono inoltre la riduzione dei tempi risarcitori, la possibilità per i figli delle vittime minorenni o non autosufficienti di poter accedere al patrocinio a spese dello Stato, e la sospensione del diritto alla pensione di reversibilità del congiunto ucciso dal momento della richiesta di rinvio a giudizio dell’indagato.

Lo scopo è quello di offrire un maggiore sostegno ai figli o ad altri famigliari della vittima, che oltre allo shock e al dolore della perdita, per come stanno ora le cose, si trovano a dover affrontare anche costose e lunghe cause civili prima di vedere riconosciuti i propri diritti. Spesso poi può capitare perfino che gli orfani di un omicidio o altri parenti stretti debbano scontrarsi per vie legali con l’assassino per questioni di eredità e battagliare anni prima di arrivare alla dichiarazione di indegnità a succedere. È accaduto per esempio a Vanessa Mele, una donna che ha ispirato questa proposta di legge che è stata ideata e redatta dal suo avvocato Annamaria Busia, consigliera regionale sarda dello stesso partito di Capelli. Il 3 dicembre del 1998 a Nuoro, quando Vanessa aveva solo sei anni, il padre freddò sua madre con un colpo di arma da fuoco. Appena tornato in libertà dopo aver scontato la pena, però, chiese e riuscì a ottenere la pensione di reversibilità della moglie uccisa, togliendola di fatto alla figlia, per la quale all’epoca era l’unica fonte di reddito. La legge lo consentiva, ma la legge cambiò proprio grazie a una proposta scritta della stessa Busia, con cui fu abolito il diritto alla reversibilità a partire dal caso della ragazza. Ora l’obiettivo è lo stesso: cambiare la legge e rendere automatica, in caso di sentenza definitiva di condanna per omicidio del coniuge, l’indegnità a succedere, per evitare che chi ha ucciso possa paradossalmente diventare, un giorno, erede della sua stessa vittima.