A Brescello si è sviluppata “una situazione di vero e proprio assoggettamento al volere di alcuni affiliati alla cosca, nei cui confronti il Comune, anche quando avrebbe dovuto, è rimasto ingiustificatamente inerte”. È con queste parole che il prefetto di Reggio Emilia Raffaele Ruberto ha chiesto al ministro degli Interni lo scioglimento per il rischio di infiltrazioni mafiose dell’amministrazione comunale del paesino di Peppone e Don Camillo. Uno scioglimento che era poi arrivato il 20 aprile , firmato da Angelino Alfano e controfirmato da Sergio Mattarella. La relazione del prefetto è ora comparsa sulla Gazzetta ufficiale e dentro c’è uno spaccato della Brescello e della sua amministrazione comunale degli ultimi 15 anni. Ruberto riporta al Viminale i risultati della ispezione durata sei mesi, affidata a una commissione d’accesso che era stata nominata da lui stesso nel giugno del 2015. “Si può affermare – si legge nelle molte pagine del documento – che a partire dell’adozione della variante ‘Cutrello’ (il nome deriva dalla fusione dei toponimi Cutro e Brescello), che ha di fatto consentito la costruzione di un intero quartiere abitato da immigrati calabresi, sino ai giorni nostri, la consorteria ‘ndranghetista presente sul territorio ha trovato nel Comune non solo una continuità di indirizzo politico favorevole ma anche una struttura disponibile e non impermeabile al suo volere”.

Nella relazione – all’interno della quale, prima della pubblicazione, i nomi sono stati coperti con degli omissis – si fa evidente riferimento a Francesco Grande Aracri, da tempo residente a Brescello e fratello di Nicolino, considerato dai pm capo della omonima cosca di Cutro. Di Francesco Grande Aracri l’ex sindaco di Brescello Marcello Coffrini, eletto in quota Pd, affermò che era uno “molto composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello”. Le frasi furono riportate davanti alle telecamere della web tv Cortocircuito.

“Pur consolidando una presenza pervasiva direttamente e con i propri affiliati” – si legge nella relazione – la cosca dei Grande Aracri, “in linea con le moderne strategie sociali della ‘ndrangheta, ha fatto in modo da accreditarsi a Brescello attraverso comportamenti apparentemente innocui, entrando ‘in punta di piedi’ nelle articolazioni economiche e sociali della città e scongiurando così reazioni di allarme sociale che si sarebbero di certo prefigurate in presenza di episodi violenti ed eclatanti”.

Il rapporto del prefetto ricorda come “la capacità di penetrazione della consorteria malavitosa nell’ambiente politico locale è chiaramente connotata da un carattere di trasversalità”. A rischio infiltrazione, negli ultimi 15 anni, ci sarebbero stati sia la maggioranza sia l’opposizione. 

Tuttavia, spiega il rapporto, nonostante le inchieste per mafia (ultima quella Aemilia della Dda di Bologna), abbiano ampiamente parlato di Brescello, nel paesino raccontato da Guareschi (5500 abitanti, 1700 dei quali di origine calabrese) a denunciare o a parlare apertamente sono stati in pochi. “È emblematico – si legge nella relazione del prefetto – l’atteggiamento del personale del comune di Brescello, apparso ancorato a quella che sembra essere una posizione di inconsapevolezza, in taluni casi mista a timore, verso l’argomento criminalità organizzata”. È a questo punto che Ruberto racconta il caso del dipendente comunale che, interrogato dalla commissione d’accesso, si chiude a riccio: “No comment. Non intendo essere implicato in queste cose”. Secondo il rappresentante del governo, all’interno dell’amministrazione di Brescello, c’è “una oggettiva e complessiva situazione di assoggettamento (…) alla criminalità organizzata, che ha radici profonde, risalenti nel tempo e addebitabile a intrecci politici e sociali che non hanno mai fatto registrare quella necessaria presa di distanza dal pericolo mafioso”.

Una presa di distanza, un “segnare il distacco”, che – a detta della relazione – non sarebbe arrivata mai neppure dal sindaco Marcello Coffrini, eletto nel 2014, ma per molti anni assessore comunale di primo piano. Per supportare questa tesi Ruberto porta il caso dei lavori di ristrutturazione nell’abitazione privata del sindaco: una vicenda che, va detto, non vede violazioni di norme antimafia da parte di Coffrini. I lavori furono eseguiti tra il 2012 e il 2014,  da una ditta che è stata interdetta dopo l’affidamento, ma prima del termine dei lavori. “Ora non è concepibile – si legge nella relazione – che (Marcello Coffrini, ndr) un avvocato, assessore all’Urbanistica di un Comune di appena 5.500 abitanti, non sia al corrente delle contiguità di una ditta locale”.

Seppure non illegali, tra il 2004 e il 2013 a riprova del rischio condizionamenti, ci sarebbero poi gli affidamenti di lavori da parte dell’amministrazione comunale a imprese che in seguito sarebbero state interdette per rischio infiltrazioni o addirittura confiscate. Il rapporto prefettizio ricorda poi la procedura per la costruzione del più importante supermercato del paese nel 2011: “In sostanza, la variante in questione ha consentito di effettuare una rilevante operazione imprenditoriale, programmata e realizzata da soggetti controindicati, senza che l’amministrazione abbia adeguatamente valutato le possibili ingerenze mafiose”. Il tutto nonostante la presidente della Provincia, Sonia Masini, avesse messo in guardia con una lettera.  E poi il prefetto ricorda le assunzioni, seppure temporanee, “di soggetti ‘legati’ a vario titolo ad esponenti della cosca”.

Infine il prefetto racconta delle minacce alla consigliera comunale della Lega nord, Catia Silva, una delle poche in paese a denunciare da tempo la presenza della ‘ndrangheta. “Il suo recente impegno nell’antimafia, pur senza sottacere che anch’essa nel passato ha tenuto rapporti di vicinanza con alcuni esponenti controindicati della comunità cutrese – si legge nella relazione del prefetto – l’ha resa destinataria nel tempo di diversi atti intimidatori, sfociati in denunce agli organi di polizia”.