Ieri sono andato a un seminario ove un collega ha descritto e raccontato le emozioni provate durante una delle ultime sedute di una psicoanalisi.

Non racconterò, per esigenza di spazio, tutta la seduta ma la sensazione di paura, angoscia e soprattutto di mancanza che emergeva. Il paziente credente sentiva in quel momento della sua vita un vuoto di fede e anche l’analista, pur agnostico da anni, ha avvertito fisicamente del gelo e la sensazione di solitudine. Come se Dio se ne fosse andato e li avesse lasciati soli.

La fine di una psicoterapia è sempre un momento difficile sia per il paziente che per il terapeuta. Molte domande affollano la mente. Ce la farò? Sono guarito? Si chiede il paziente. Anche lo psicoterapeuta, pur avendo avuto esperienze analoghe che lo confortano, tra le quali la sua personale analisi, è dubbioso. Avrò fatto tutto quello che potevo e dovevo?

“La psicoterapia è una scienza” è il titolo di un libro scritto anni orsono da un amico, il prof Andreoli che lavora a Ginevra. Vengono elencate le prove di efficacia e la descrizione dei meccanismi che determinano nel paziente i cambiamenti terapeutici. Trattandosi però non solo di un atto tecnico ma di una relazione essenzialmente umana il cui il sistema psichico del paziente e del terapeuta entrano in contatto c’è sempre qualcosa di indecifrabile e difficile da razionalizzare.

E’ tutta “fuffa”! Ciarlataneria. Tante persone si difendono dall’idea della sofferenza psichica apostrofando in questo modo gli psicoterapeuti. Emerge il dubbio sulla possibilità di cambiare qualcosa. Forse solo i farmaci hanno una certa efficacia? Forse nulla si può fare? Credere in qualcosa ci può aiutare. Chi crede in Dio, chi crede nella scienza dell’uomo, chi nella dedizione del proprio lavoro e nei maestri che ti hanno insegnato. Lo psicoterapeuta deve credere, come l’agricoltore, nel proprio lavoro. Quando vanghi, zappi, semini, innaffi e concimi in modo corretto, secondo la miglior pratica che ti è stata tramandata, qualcosa di buono cresce sempre.