Una delle esperienze teatrali più belle degli ultimi anni in Italia è sicuramente quella di Arrevuoto, uno spettacolo che ha spazzato pregiudizi e ha scoperto tanti talenti. In questi anni ha messo insieme ragazzi di diversa estrazione sociale, provenienti dalla periferia e dal centro, facendoli crescere insieme grazie al potere dell’arte. Il 7 e l’8 maggio al teatro San Ferdinando la messa in scena dello spettacolo di quest’anno. “Il risultato – spiega il direttore artistico Maurizio Braucci – è un roboante spettacolo di musica e recitazione, una messa in scena che dà il massimo sul piano della vitalità e della poetica spontanea”.

foto stefano cardone

Com’è nato Arrevuoto e cosa è oggi a 11 anni dal suo inizio?
Arrevuoto nasce nel 2005 come progetto di teatro e pedagogia durante quella drammatica guerra di camorra che ha tristemente fatto passare alla cronaca la periferia nord di Napoli e di Scampia. Nasce all’interno del Teatro Stabile Mercadante come progetto a sostegno della condizione giovanile napoletana, assai trascurata dalle istituzioni, per far sì che degli artisti e degli educatori lavorino insieme a ragazzi e ragazze, dai dieci ai 18 anni di età, per dare loro una scena e un metodo che li mettano in condizione di parlare di sé e della loro città attraverso il teatro. Sin dall’inizio, ci è sempre stato chiaro che dovevamo lavorare con adolescenti di diversi quartieri, centro e periferie, di varia estrazione sociale, per creare tra loro quel contatto e quell’empatia che sono la base per vivere delle relazioni oltre ogni pregiudizio e luogo comune. E’ un’esperienza che connette e armonizza dei gruppi di giovani verso una direzione comune, insegnando loro la cooperazione a partire dal teatro, dalle sue regole e dalle sue esigenze, e lo fa col fine di mettere in scena ogni anno uno spettacolo a regia collettiva e con oltre cento giovani che lo animano.

Come avviene la scelta del testo su cui lavorare?
In genere nasce da una mia proposta. A partire da un tema di attualità mi metto alla ricerca di testi classici o moderni innanzitutto belli  (ne abbiamo fatti alcuni che qui in Italia non si vedono in scena da mezzo secolo, come il “Rubacuori dell’Ovest” di Synge o “L’assedio di Numanzia” di Cervantes) e che però devono avere delle caratteristiche: riadattabilità al presente in chiave corale e sviluppo narrativo ampio. I registi ne discutono con i ragazzi e lo adattano facendone una riscrittura scenica affidata al loro immaginario. I ragazzi vengono aiutati a creare perché questo fa parte del nostro metodo pedagogico e loro imparano a dare forma a qualcosa che all’inizio è affidata al talento e al lavoro individuale. Gli facciamo cantare versi da Eschilo o da Matteo Maria Boiardo, magari tradotti in napoletano.

Come hanno risposto  i ragazzi alla storia dell’ispettore generale?
Quest’anno abbiamo quasi duecento ragazzi in scena, con dieci registi e dieci gruppi di provenienza (due sono laboratori musicali e uno di danza). Abbiamo lavorato con loro per far emergere il tema della corruzione, centrale nel testo di Gogol, come danno che si propaga nella quotidianità di ciascuno di noi, limitando i nostri diritti e le nostre opportunità. Come sempre bisogna prima sgombrare in loro il campo dai luoghi comuni e dal senso di indifferenza e di impotenza, dopodiché la loro motivazione diventa il motore portante. Alla fine hanno adattato il testo parlando di ospedali che non funzionano o di strade dissestate come frutto della corruzione, aumentando la loro consapevolezza ma allo stesso tempo giocando e divertendosi.

Cosa farà Arrrevuoto nei prossimi 11 anni?
Ogni anno è una nuova sfida, sia per trovare i fondi che per ampliare il nostro raggio di azione integrando nuovi gruppi e nuove aree della città. Ci piacerebbe arrivare a creare collaborazioni con altre città anche europee (lo abbiamo già fatto con Istanbul nel 2013) per poter dire: abbiamo ideato questo metodo e funziona, basta mettere insieme degli adolescenti provenienti da diverse realtà e usare il teatro per farli creare, serve grande cura e dedizione, è molto faticoso, ma ne vale la pena. Però non dimentichiamoci che “arrevuoto” in dialetto significa “mettere sottosopra” e che nell’invertire e nel cambiare la realtà si trovano molti ostacoli, specie il cinismo e l’indifferenza degli adulti.