La figura del genio solitario, precoce, e spesso fuori dagli schemi, continua ad affascinare il mondo del cinema. Diverse pellicole hanno raccontato le biografie di grandi scienziati che con le loro intuizioni hanno anticipato i tempi, favorendo enormi balzi in avanti della conoscenza. Dopo i biopic The Imitation Game, sul matematico inglese Alan Turing che ha contribuito a decrittare il codice nazista “Enigma”, La Teoria del Tutto, sulla vita del celebre cosmologo studioso dei buchi neri  Stephen Hawking, e A Beautiful Mind, sul matematico John Nash, scomparso nel 2015, il 9 giugno 2016 esce nelle sale italiane L’uomo che Vide l‘Infinito (The Man who Knew Infinity).

È la storia del matematico indiano Srinivasa Ramanujan, uno dei più grandi del Novecento, morto di tubercolosi a soli 32 anni, nel 1920. Il film, sceneggiato e diretto da Matthew Brown, ha lo stesso titolo del volume al quale è ispirato: un libro pubblicato da Robert Kanigel, ex docente di “science writing” al Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston. I principali interpreti sono Dev Patel, già protagonista di The Millionaire, nei panni di Ramanujan, e Jeremy Irons, che impersona Godfrey Harold Hardy, uno dei più eminenti matematici inglesi del secolo scorso.

Una pellicola definita dalla rivista Scientific American “una sorta di storia d’amore matematica”. L’omaggio a uno studioso, “un intelletto imperscrutabile e un cuore semplice” secondo Kanigel, che per le sue geniali capacità matematiche ricorda il protagonista del film Will Hunting, genio ribelle, di Gus Van Sant. Ramanujan, infatti, partendo da un piccolo e povero villaggio indiano del Tamil Nadu, nel cuore dell’India meridionale, è riuscito a formulare teorie matematiche che affascinano gli esperti da un secolo. Ancora oggi gli scienziati restano stupefatti di fronte alla bellezza delle sue formule.

Innamorato della matematica, il giovane studioso indiano la considera un dono divino, attribuendo le proprie intuizioni matematiche alla dea indù Namagiri, la divinità domestica della sua famiglia, che appartiene alla casta brahminica. Ramanujan, riferendosi al proprio lavoro, era infatti solito affermare: “Un’equazione non ha alcun significato per me, se non esprime un pensiero di Dio”. Significato che solo negli ultimi tempi i matematici hanno iniziato a comprendere, grazie al prezioso lavoro di alcuni studiosi, come Ken Ono, della Emory University di Atlanta. “Ono si è reso disponibile come consulente e come istruttore speciale per gli attori del film: un gradevole effetto collaterale di questo intervento – sottolinea Scientific American – è l’assenza delle solite e imbarazzanti imprecisioni, tipiche delle rappresentazioni divulgative delle figure di matematici”.

“La vicenda di Ramanujan costituisce un unicum nella storia della matematica degli ultimi cento anni – afferma Claudio Bartocci, che insegna matematica all’Università di Genova e nel 2014 ha curato a Roma una mostra sui Numeri -. Sostanzialmente autodidatta, isolato dal punto di vista economico e culturale dalla comunità scientifica, senza avere a disposizione che qualche antiquato manuale occidentale, il giovane studioso indiano ha, infatti, ripensato in maniera originale i fondamenti dell’analisi matematica. Si può considerare un maestro dell’infinito – spiega Bartocci – per la sua capacità di immaginare delle serie convergenti”.

L’eredità di Ramanujan è contenuta in alcuni taccuini fitti di formule, quasi sempre prive di dimostrazioni, ritrovati in circostanze fortunose e pubblicati solo molti anni dopo la sua scomparsa. “Nei suoi taccuini, il primo dei quali fu compilato in uno strano inchiostro verde già nel 1907, quando non aveva ancora vent’anni, sono stipate senza alcun commento – spiega Bartocci – migliaia di astruse formule, molte delle quali aspettano ancora di essere dimostrate, o confutate, a dispetto degli sforzi di tre o quattro generazioni di matematici. I suoi mirabolanti risultati – aggiunge lo studioso – erano, infatti, del tutto incomprensibili per quanti lo circondavano, a partire dai suoi stessi collaboratori”.

Ramanujan conduce, infatti, fino all’età di vent’anni un’esistenza quasi ai margini della società, più da saggio bramino che vive di elemosina che da scienziato. Il suo tempo è quasi interamente dedicato alla matematica, tanto da spingerlo ad abbandonare lo studio di ogni altra materia. Una scelta che gli costa la bocciatura e l’espulsione dal Government College indiano in cui è iscritto. Poi, nel 1913, la svolta. Pubblica un articolo nella rivista della neonata Indian mathematical society, e decide di scrivere una lettera di autopresentazione al già celebre matematico inglese Hardy, del Trinity College di Cambridge. “Non ho seguito il percorso consueto e regolare di un corso universitario, ma sto invece tracciando un nuovo percorso tutto mio”, scrive Ramanujan nella missiva. “Fu l’inizio di una lunga frequentazione e di una fruttuosa collaborazione scientifica”, spiega Bartocci.

Hardy, infatti, impressionato dalle sue formulazioni confesserà di non avere “mai visto niente di simile prima di allora”. Decide, quindi, di chiamare Ramanujan a Cambridge nel 1914. “Insieme – sottolinea Bartocci – forniscono alcuni fondamentali contributi alla teoria analitica dei numeri”. Il film è incentrato sul rapporto di collaborazione tra Ramanujan e Hardy, che considera il giovane collega “un matematico di prima grandezza”.

L’incontro è tra due figure diversissime tra loro, per carattere, cultura, età ed estrazione sociale. Hardy è un matematico di fama internazionale, professore a Cambridge e membro della Royal Society, Ramanujan un semplice impiegato come contabile a Madras, l’attuale Chennai. Entrambi sono, però, accomunati dalla stessa passione per i numeri, soprattutto i numeri primi, che sono per la matematica i mattoni di base. Come gli elementi in chimica e le particelle elementari in fisica. “Il loro sodalizio fu un fatto piuttosto strano. Per via delle loro enormi diversità – sottolinea Bartocci – è divertente che riuscissero a comunicare attraverso il linguaggio della matematica. Sono curioso di vedere com’è stato raccontato nel film il rapporto tra questi due grandi matematici. Considerata l’importanza di quel che Ramanujan ci ha lasciato in eredità – aggiunge Bartocci -, non possiamo che provare rimpianto per quanto avrebbe ancora potuto svelare, se avesse avuto una formazione matematica più profonda o più tempo a sua disposizione. Per fortuna, Hardy ha avuto il grande merito di accorgersi di questo talento straordinario e di credere in lui”.

E se oggi nascesse nel nostro Paese una figura geniale ma isolata rispetto alla comunità scientifica, come Ramanujan, quanto è concreta l’eventualità che passi inosservata? “Il rischio c’è, ed è alto – commenta Bartocci -. Purtroppo, il nostro sistema educativo, e mi riferisco sia a quello scolastico che universitario, rischia di allontanare le persone dotate di talento matematico dalla loro passione. Non è un caso – conclude lo scienziato – che negli ultimi 40-50 anni l’Italia non abbia prodotto matematici straordinari: l’unica Medaglia Fields (l’equivalente del Nobel per la matematica, ma assegnata ogni quattro anni a studiosi che non abbiano ancora superato i 40 anni, ndr) risale al 1974, con Enrico Bombieri”.