Le opinioni sì, ma non troppo. Appena Matteo Renzi ha dato lo start della campagna elettorale per il referendum costituzionale di ottobre, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini avverte i magistrati: “C’è un divieto a partecipare a campagne politiche per i magistrati. C’è invece un diritto a esprimere opinioni. Questo referendum si è caricato di significato politico, ci sono ragioni per avere più cautela”. Il procuratore di Torino Armando Spataro aveva appena finito di dire attraverso Repubblica che ha aderito al comitato promotore per il no. Sono i giorni in cui il match Renzi-Davigo è stato alimentato prima dall’uscita del membro laico in quota Pd del Consiglio superiore della magistratura Giuseppe Fanfani (nipote di) che voleva verificare l’attività di un gip che ha firmato l’arresto del sindaco di Lodi e le polemiche nate dalle parole di un altro membro del Csm, Piergiorgio Morosini, non un politico ma un magistrato, esponente di punta di Magistratura Democratica.

Per Legnini “esiste il diritto di qualunque magistrato a esprimere proprie opinioni su referendum e sulle riforme. E’ un principio costituzionale che si applica a tutti”, mentre altra cosa è “partecipare attivamente a campagne politiche“, su cui c’è “un divieto”. “Il referendum si colloca in una posizione intermedia”, sottolinea, ma quello sulla riforma costituzionale “si è caricato di significato politico” e dunque un “problema si pone”. “I partiti hanno approvato quella riforma, si sono già schierati, un magistrato potrebbe trovarsi schierato a fianco dei partiti”; dunque ci sono diverse ragioni “che richiederebbero più cautela”. Insomma, una specie di bavaglio speciale per un quesito che parla di riforme, una raccomandazione che non si è sentita mesi fa quando è iniziata la (silenziosa) campagna elettorale per il referendum sulle trivelle e nemmeno nei decenni scorsi quando in ballo c’erano l’acqua, il divorzio, la caccia, la legge elettorale, il nucleare, i finanziamenti ai partiti, eccetera. Anche perché lo stesso Legnini già a gennaio, in un’intervista al Corriere.it, aveva dichiarato la propria preferenza a favore delle riforme costituzionali: “Voterei sì – disse, come ricorda l’archivio dell’Ansa – I tentativi di cambiare la Costituzione sono stati molti e tutti vani. Credo che vanificare anche questo costituirebbe un problema per le istituzioni e la democrazia”.

Peraltro il significato politico al referendum sulle riforme lo ha fornito per primo il presidente del Consiglio Matteo Renzi, segretario del Pd, partito da cui proviene il vicepresidente del Csm Legnini. Renzi, ogni volta che ha parlato delle riforme costituzionali e della consultazione di metà ottobre, ha messo sul piatto la propria testa: se perdiamo, andiamo a casa, è il minimo.

Legnini si augura la pace tra politica e magistratura. “Non c’è bisogno di clima infuocato di reciproche accuse – dice all’Intervista di Maria Latella – che rischia di collocare in secondo piano il lavoro in corso per una giustizia efficiente. Una democrazia è forte se tutti i poteri sono forti e si rispettano”. Dal’altra parte a dirlo è un avvocato che però ha fatto sempre il politico e, anzi, è stato il primo nella storia a passare dal governo in carica (era sottosegretario all’Economia) al Csm. Abruzzese, ex comunista e ex diessino, Legnini è stato parlamentare dal 2001 a quando è stato eletto alla vicepresidenza dell’organo di autogoverno della magistratura.

Da giorni ripete che le parole di Morosini dette al Foglio (e smentite nei toni e nei contenuti dall’interessato) sono “inaccettabili se vere“. Anzi il vicepresidente del Csm aveva già detto che una delle cose che lo avevano più colpito delle dichiarazioni dell’ex gip di Palermo era proprio il suo giudizio sulle riforme istituzionali: “Non è opportuno che un consigliere del Csm partecipi a una campagna politica, come quella”. Anzi: ha auspicato che il tema divenga oggetto di riflessione quando si discuterà del codice deontologico dei consiglieri del Csm. “Sono inaccettabili gli attacchi a esponenti di governo e parlamento – aveva ribadito a caldo Legnini dopo aver letto Morosini – Noi pretendiamo rispetto per le nostre funzioni, ma per farlo dobbiamo prima di tutto assicurare rispetto ai rappresentanti dei poteri dello Stato”.

Meno passione aveva messo Legnini quando un altro componente del Csm, l’ex sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani (Pd, ex Margherita), voleva intervenire sulla bontà del provvedimento che ha portato all’arresto Simone Uggetti, il sindaco di Lodi. “Non ho mai visto, in 40 e più anni di attività di penalista incarcerare alcuno per un reato come la turbativa d’asta, soprattutto quando l’interesse dedotto è quello di una migliore gestione di una piscina comunale” era stato uno degli argomenti di Fanfani che aveva annunciato la richiesta dell’apertura di una pratica al Consiglio superiore della magistratura. Dopo essere stato criticato da molti componenti dell’organismo (tra cui l’ex ministro Renato Balduzzi e i 6 togati di Area), Fanfani è tornato sui suoi passi. Ricevendo la “stima” e un “grazie” da Legnini. Anzi, “non mi piace un Csm imbalsamato ma vivo e plurale – aveva spiegato il vicepresidente del Csm – capace di intervenire per rafforzare la cultura della giurisdizione senza mai interferire sui procedimenti in corso”. Niente di “inaccettabile”.

Certo la posizione di Legnini sui magistrati e il referendum non è isolata. Luca Palamara, ex leader dell’Anm e ora consigliere togato all’interno del Csm, è d’accordo sulla revisione del codice deontologico: “A mio avviso – continua – si può esprimere la propria posizione, ma altro è la partecipazione attiva. Il rischio della strumentalizzazione è facile soprattutto in un momento nel quale al referendum può essere assegnato un significato politico. C’è una differenza tra esprimere la propria opinione a titolo personale e il raccogliere firme ai banchetti o fare comizi pubblici”. Anche salotti tv e interviste, “le eviterei, in occasioni come questa mi pare necessario accentuare il dovere del riserbo”.

Il dibattito, tuttavia, non spaventa il procuratore Armando Spataro, a capo della Procura di Torino e ex capo dell’antiterrorismo a Milano. “Ebbene sì, lo confesso: ho aderito da subito al Comitato promotore per il ‘No’ in vista del referendum confermativo della recente riforma costituzionale”. Ricorda di aver fatto lo stesso anche nel 2006, quando “ho girato l’Italia in ogni possibile weekend, parlando di fronte ad ogni tipo di uditorio”. E rivendica il diritto da parte dei magistrati di “schierarsi”. Lo fa con toni sarcastici: “Avendo qui confessato queste colpe, potrei oggi essere accusato, secondo un pensiero che si va diffondendo, di appartenenza ad associazione per delinquere, con la qualifica di promotore e con l’aggravante della recidiva specifica: sembra, infatti, che sia quasi illegale che i magistrati possano ‘schierarsi’ in un referendum di natura costituzionale”. Per Spataro è infondata la tesi secondo cui i magistrati che prendono posizione “tradirebbero la loro terzietà e così confermerebbero la loro politicizzazione”.

Spataro precisa che “questo diritto-dovere di ‘schierarsi’ non ha nulla a che fare con la contesa partitica-politica che si sviluppa nei periodi di campagna elettorale ed alla quale, certo, i magistrati devono rimanere estranei, come prevede anche il nostro codice deontologico. Qui si tratta, invece, di un diritto costituzionale di cui anche il magistrato – come ogni cittadino – è titolare e che viene oggi contestato, in misura ben più dura di quanto avvenne nel 2006, quasi che una ‘militanza civica’ comporti rinuncia alla propria libertà morale e di giudizio, quasi che una simile testimonianza abbia il significato dello schierarsi ‘contro’ qualcuno, piuttosto che ‘per’ valori e principi”. Poi la critica a Matteo Renzi. “Bisogna invece chiedersi – scrive Spataro – perché mai un premier debba proporre una interpretazione impropria del referendum governativo: ‘per me‘ o ‘contro di me‘, annunciando l’impegno di dimettersi in caso di vittoria del ‘No’! Perché mai questa scelta, visto che si tratta di una riforma voluta da una oscillante maggioranza di governo e non certo da un vasto schieramento trasversale, politicamente e culturalmente solido?”. La risposta, ragiona il magistrato, “pare risiedere nelle modalità di comunicazione per spot e tweet che l’attuale contesto storico sociale sembra imporre, sicché conviene – secondo alcuni – proporsi ai cittadini invocando fiducia nella propria immagine e nella propria capacità manageriale”. Spataro, però, mette in guardia i contrari alla riforma costituzionale: “Occorre che dal ‘Fronte del NO‘ sia respinta, invece, ogni deriva che tenda alla politicizzazione del confronto per trasformarlo in scontro”.

Un sigillo alla polemica lo mette il ministro per gli Affari regionali Enrico Costa, ex berlusconiano e ora nel Nuovo Centrodestra, che spiega: “Non mi scandalizzo di fronte ai magistrati che esprimono apertamente le loro opinioni su questioni di rilievo costituzionale. Mi preoccupano di più quelli che fanno politica attraverso gli atti giudiziari e quelli che sfruttano il loro ruolo per prepararsi ad una carriera politica”.