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Con pazienza e qualche poco di fatica abbiamo, per circa quattro mesi, cercato di portare alla luce un aspetto della politica economica nazionale: quello che potremmo definire come uno degli auspicabili tessuti con tanto di trama e ordito che potremmo immaginare per l’industria manifatturiera italiana. Non sto a descriverne la sintesi. Vorrei stendere soltanto alcuni commenti, che orienterei in più direzioni.

Intanto prendiamo in considerazione la tipologia dei commenti ricevuti. Potremmo cercare di suddividerli in due mondi separati: quello del ‘commento grande’ e quello del ‘commento specifico’.
Se per commento grande intendiamo quell’insieme di considerazioni – assolutamente valide e spesso condivisibili – che si collocano all’interno di quel mondo cattedratico che definiamo degli economisti, ebbene, questo tipo di commenti è larghissimamente maggioritario: a volte esse sconfinano nel comparto dei ‘massimi sistemi’, quasi sempre ne sono però ai bordi. Se per commento specifico intendiamo quell’insieme di commenti attraverso i quali si capisce che colui che li espone tenta – con i suoi mezzi e con i suoi limiti, ma con tanta sincera volontà – di individuare una soluzione concreta al problema, ebbene questi sono stati la larga minoranza.

Arrischierei una spiegazione: chiedo venia anticipata. Primo punto. Il problema di… conoscere il problema. Se dico che in Italia una delle parole più usate e ripetute dalla mattina alla sera è ‘Pmi’ credo di trovare la maggioranza d’accordo: di solito è una locuzione che si accompagna a frasi tendenzialmente roboanti: ‘sono la spina dorsale della nostra economia’, ‘che tutto il mondo ci invidia’ ecc. ecc.. In realtà nessuno – proprio nessuno – oltrepassa questi stupidi, vuoti nonché falsi stereotipi perché questo mondo è a noi italiani del tutto ignoto, nessuno lo studia: non il sistema universitario, non Confindustri, non la stampa specialistica, non i nostri cosiddetti giornalisti economici… proprio nessuno.

Si dicono molte sciocchezze: la più grossa e falsa? Le nostra Pmi esportano alla grande, per fortuna… Per fortuna un corno! La cosa è vera per moda e per food: ma per le Pmi manifatturiere (che sono la grandissima maggioranza) si tratta di una balla, di una menzogna, tanto più riprovevole quanto più depistante: la verità vera è che queste aziende (discorso questo che vale sotto il profilo statistico, ovviamente) tendono (comprensibilmente, visto lo stato di abbandono da parte del Sistema-Paese cui sono lasciate) a vendere il più possibile in Italia: in caso di crisi si avventano come possono all’estero dando vita così (salvo le dovute e lodevoli eccezioni, ovviamente) ad un sistema export che a Roma definirebbero del …ndo còjo, còjo.

Secondo punto. Il problema di non voler conoscere il problema. Sì: è un ‘j’accuse’: in quattro mesi e una trentina di articoli sul tema mi sarei aspettato almeno due cose o, se volete, almeno una delle due: un segnale di interesse (almeno a livello di contestazione) da parte di componenti autorevoli del sistema politico (Mise, Confindustria, Camere di Commercio…) manifestante un disaccordo e/o una critica a quanto ho cercato di sostenere: un segnale di presa di coscienza di un modo nuovo di vedere il problema da parte di uno dei tanti giornalisti economici del Paese: zero assoluto in entrambi i casi. Poteva anche essere che la mia proposta di una impostazione di un futuro ‘Piano di politica industriale’ relativo alle aziende manifatturiere italiane fosse una sciocchezza, da demolire: no, nulla, il silenzio…; ‘sopire, troncare, troncare, sopire’… : e se uno prende in esame quanto meno la dimensione cosmica di enti come il Mise o Confindustria, beh, qualche reazione sarebbe stato anche lecito aspettarsela: niente,il più burocratico del nulla.

Terzo punto. Lasciamo cadere tutto?  Probabilmente non c’è alternativa. Io penso che sarebbe una grossa e irresponsabile sciocchezza: e, si badi bene, non certo in relazione al ‘merito’ della mia proposta (l’azienda olonica): quanto al fatto per il quale è in assoluto la prima volta che si porta all’opinione pubblica, attraverso il grosso merito del Fq, un tema economico di importanza colossale per i nostri giovani, per il nostro futuro, per la ripresa industriale di una nazione che fu brillantissima e che oggi mostra decennali segni di grosso affanno.

Mi rivolgo a quei giornalisti che si interessano di economia: la quale economia non è fatta per nulla di sola Borsa o di spread e banche… Credo giusto dire che bisogna che questo argomento venga portato al cospetto dell’opinione pubblica: e in questo senso lancio un appello accorato sia ai lettori che alla stampa specialistica.

Dobbiamo farcela.