Sono vari i motivi di perplessità di fronte a una sentenza recente della Corte d’Appello di Roma che ha condannato a due anni e mezzo di reclusione il giovane Mario Miliucci. Miliucci è stato ritenuto colpevole di resistenza aggravata perché avrebbe capeggiato l’assalto a un blindato della Guardia di Finanza nel corso della manifestazione contro il governo Berlusconi svoltasi a Roma il 14 dicembre 2010. In realtà, le testimonianze e i filmati presentati dalla difesa lo scagionano completamente da tale accusa. Il giovane è stato “rastrellato” dalle forze dell’ordine prima che avvenisse tale assalto e quindi non può avervi partecipato.

L’ipotesi accusatoria formulata è venuta meno per effetto di prove documentali e testimonianze delle persone presenti ai fatti, tra le quali un vicequestore aggiunto della Polizia di Stato. Venuta meno tale ipotesi si imponeva l’assoluzione con formula piena per la logica stessa del giudizio per direttissima. Inoltre la sentenza di condanna di primo grado si basava su un’accezione eccessivamente larga del “concorso morale”, affermando testualmente che “non è indispensabile ai fini della responsabilità una ‘prova individualizzante'”(sic!), affermazione che parrebbe in contrasto con il principio della personalità della responsabilità penale affermato fra l’altro dall’art. 27 della Costituzione, primo comma.

In attesa delle motivazioni della sentenza di appello, che avalla sostanzialmente quella di primo grado, si può affermare che la logica, molto discutibile, di questa ed altre sentenze sembra essere piuttosto quella del “colpire nel mucchio” e di emettere condanne “esemplari” per rispondere alla richiesta proveniente da settori del mondo politico (ricordiamo che il Comune di Roma, all’epoca guidato dall’ineffabile Alemanno, si costituì parte civile) e dell’opinione pubblica. Nel caso di Mario Miliucci, inoltre, si sospetta che si tratti di vittima predestinata anche per essere figlio di due noti esponenti della sinistra romana: il padre Vincenzo, leader storico del Comitato politico Enel e ora molto attivo nei Cobas, e la madre Simonetta Crisci, avvocata protagonista di mille battaglie giudiziarie per la libertà e la giustizia.

Personalmente, ho sempre manifestato in modo chiaro e coerente la mia avversione a chi ritiene di dover trasformare le manifestazioni in scontri di piazza. Sono anzi convinto che esista una precisa strategia volta a far degenerare in tal modo i giusti momenti di protesta. Da Genova 2001, ma anche prima, abbiamo visto all’opera settori organizzati in questo senso, il cui unico risultato, probabilmente voluto, è stato quello di allontanare dalle manifestazioni un numero crescente di persone.

Proprio per questo, però, devo esprimere in questo ed analoghi casi, una forte critica delle sentenze che, dettate unicamente da una logica di rivalsa sotto la spinta dei citati settori del mondo politico e dell’opinione pubblica, tradiscono in ultima analisi lo spirito di obiettività che deve guidare la magistratura portandola ad identificare con esattezza i responsabili dei reati sulla base di elementi di prova inconfutabili.

Nel momento in cui, in seguito alle dichiarazioni del nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, si discute, molte volte a sproposito, sul ruolo della magistratura, occorre a mio avviso prendere in considerazioni anche questi aspetti e necessità del suo ruolo istituzionale. La magistratura, come pure le forze dell’ordine, non devono essere guidate da una logica punitiva indiscriminata che le portino a trasformare in colpevoli persone che, come Mario Miliucci, hanno avuto come unico torto quello di partecipare a una manifestazione convocata all’epoca per uno scopo sacrosanto e condiviso dalla maggioranza del popolo italiano, come quello di ottenere le dimissioni del governo Berlusconi.

Nel nostro Paese, in effetti, la libertà di manifestare il proprio pensiero anche scendendo in piazza, è garantita a chiare lettere dalla Costituzione repubblicana e in particolare dal suo art. 17. Un utilizzo impreciso e dozzinale della repressione penale rispetto ai partecipanti alle manifestazioni che vengano, come nel caso di Mario Miliucci, ingiustamente condannati, porta inevitabilmente a un indebolimento di tale garanzia, oggi più che mai necessaria per opporsi ai modi di governare che tendono sempre di più a svincolarsi dalla volontà e dagli interessi del popolo per rispondere in modo sempre più sfacciato agli interessi dei poteri privati. Occorre, piuttosto chiedersi, fino a quando questi settori della magistratura e le forze dell’ordine si intestardiranno a voler svilire la loro funzione istituzionale, che è di grande importanza, per fare da servizio d’ordine, come purtroppo avviene sempre più spesso, a un governo e a partiti oramai screditati nell’opinione popolare. E quando finalmente capiranno che il loro compito, costituzionalmente previsto, non è quello di reprimere lotte e manifestazioni popolari ma quello di liberare l’Italia, col sostegno e l’attiva partecipazione del popolo, da corrotti e mafiosi di ogni genere.

A tale proposito un’ultima osservazione puntuale: ma perché i finanzieri devono essere messi a fare ordine pubblico, compito per il quale sono manifestamente impreparati, anziché dedicarsi, come da compiti istituzionali, a perseguire evasori, corrotti e criminali in colletto bianco in genere? In Italia ce n’è a bizzeffe, come ben sappiamo.