Dodicimila euro di rimborsi spese in odore di truffa possono sembrare poche briciole, se rapportate agli affari milionari di un ente sorto con ambizioni di eccellenza nella ricerca scientifica, l’innovazione e il trasferimento tecnologico. Ma a volte è la goccia che fa traboccare il vaso. In questo caso, il vaso è Trento Rise, fiore all’occhiello della Provincia a statuto speciale e dell’università di Trento, che è stato messo in liquidazione a fine dicembre, dopo essere finito in un turbine di inchieste. L’ultimo filone è quello dei rimborsi spese che ha portato ora alla conclusione della fase istruttoria con il deposito degli atti a carico di tre persone. Si tratta di Michele Debiasi, responsabile dell’ufficio legale di Trento Rise, Roberto Robol, responsabile dell’ufficio amministrativo, e Ivan Pilati, responsabile dell’area business. Oltre alla truffa, a tutti è stato contestato anche il peculato. Le indagini sono condotte dalla guardia di finanza di Trento, coordinata dal procuratore Giuseppe Amato e dai pubblici ministeri Pasquale Profiti e Alessia Silvi. Sono gli stessi inquirenti che hanno scoperchiato lo scandalo di incarichi per milioni di euro alla società Deloitte.

Dai sequestri effettuati negli ultimi due anni sono venuti alla luce documenti che proverebbero alcuni trucchi adottati per ottenere rimborsi di missioni inesistenti o di spese di rappresentanza che non avrebbero avuto finalità istituzionali. In qualche caso si sarebbe trattato di pranzi in ristoranti del centro di Trento dove i finanzieri hanno accertato che i commensali indicati nei giustificativi di spesa non hanno mai cenato. In qualche altro caso gli incontri conviviali ci sono stati, ma non riguardavano l’attività di Trento Rise. La somma complessiva è di circa 12mila euro: 2mila a Debiasi, poco meno di 4mila a Robol, 6mila a Pilati (gli viene anche contestato di aver realizzato ricevute fasulle per giustificare le spese autostradali). L’ipotesi di peculato è scattata perché alcuni pagamenti erano stati effettuati con carte di credito di Trento Rise.

Ma questa è solo la punta di un iceberg giudiziario. Ci sono anche altri filoni: uno riguarda l’affidamento di consulenze per 7 milioni e mezzo di euro, che avevano lo scopo di realizzare i cosiddetti “modelli organizzativi”, ossia il rinnovamento della macchina burocratica della Provincia autonoma di Trento. Il sospetto è che i bandi siano stati pilotati, a beneficio della Deloitte, di qui l’ipotesi di turbativa d’asta. Tra gli indagati l’ex direttore generale della Provincia, Ivano Dalmonego, l’ex presidente del consorzio Trento Rise, Fausto Giunchiglia e Michele De Biasi.

Un secondo filone riguarda una serie di consulenze legali. Un terzo ha messo sotto inchiesta l’affidamento per il Punto unico di accesso, del valore di 5 milioni di euro, per realizzare una piattaforma unica integrata dei servizi socio assistenziali. All’origine c’era una segnalazione della Commissione europea che sollevò rilievi pesanti sulla applicabilità della procedura “pre commerciale” (bandi Pcp) a un’attività che non aveva caratteristiche di innovazione, ricerca o sviluppo, e che mise in luce “violazioni ai principi di non discriminazione e parità di trattamento degli offerenti”. Le imprese concorrenti, secondo la denuncia della Commissione, non erano sullo stesso piano. Al primo posto era arrivato un raggruppamento composto da Icare, controllata di Deloitte, e Keynet, proprietaria del 30 per ceto della Webss di Maurizio Bezzi, cognato del presidente della Provincia Ugo Rossi. Questo piano, come gli altri di Trento Rise, è stato poi bloccato dalle inchieste. Ma i risvolti penali a carico degli amministratori sono rimasti.