Nel maggio del ’76, quando venne giù il Friuli, Pierluigi Cappello abitava con la famiglia a Chiusaforte, tra le montagne, a 40 chilometri dai confini di Austria e Slovenia. Aveva nove anni. “Ai bambini che hanno vissuto quel terremoto è rimasta aperta, dentro, una faglia. Un senso di precarietà che difficilmente si può medicare”. Mi accoglie in casa abbracciato da scaffali di libri, “non un giorno senza letture”. Nonostante i quarant’anni ormai trascorsi, il poeta friulano non ha smesso di sentirsi un terremotato, in bilico. Insiste nel fare i conti con quella tragedia e non concede nulla alla retorica del dramma, di una ricostruzione “comunque esemplare”. Anzi, scava nella memoria di quella parte di Friuli rimasta sepolta, impossibile da ricostruire. “[..] e, non era l’Italia degli anni settanta Chiusaforte / ma una bolla, minuti raddensati in secoli / nei gesti di uno stare fermi nel mondo [..]”, scrive in una poesia che ha definito “la sua carta d’identità”. Su quelle bolle, che ancora resistevano alla modernità che divorava la secolare identità rurale dell’Italia, si abbatte il terremoto. E, d’un tratto, “il futuro non è più quello di una volta”, il sisma lo ha arbitrariamente ridefinito per sottrazione, o rimozione.

Cappello non vive più a Chiusaforte. Mi riceve a Cassacco, giù a valle. Come i tanti delle comunità sopravvissute al terremoto ma non all’autostrada del ’78, ai capannoni dei centri commerciali sulla statale che da Udine va verso le montagne. Nei weekend degli anni ottanta – ci venivo da bambino con i miei genitori – sembrava di stare nel traffico di un grande centro urbano. Era il nuovo centro di un Friuli che si riscattava da oltre un secolo di impoverimento, soprattutto nelle aree montane, e di emigrazione. Ma le pietre numerate e ricollocate una ad una, il borgo di Venzone, il campanile di Gemona, tutto rimaneva un po’ più in là. Tutto ricostruito, certo. Eppure, come il “bestione papalino” sulla strada di Fiumicino percorsa da Pier Paolo Pasolini nei versi di ‘Una disperata vitalità’, ciò che era sopravvissuto grazie alla ricostruzione rischiava ugualmente di “non poter più essere compreso”. “Il friulano sa di essere in bilico”, assicura Cappello. Che ricorda sua nonna: “Classe 1905, a 12 anni è già tra gli sfollati del dopo Caporetto. Poi il fascismo, un altro conflitto mondiale”. Vite senza tregua che per secoli e fino al secondo dopo guerra si erano ritrovate negli stessi ritmi, costumi, dimensioni. “Dopo il terremoto del ’76 non fu così”, spiega il poeta, e mi suggerisce di incontrare il professor Gian Paolo Gri, già ordinario di antropologia culturale all’Università di Udine. Ci diamo appuntamento nelle sale del Museo etnografico di Udine.

Radici come nostalgia, come alibi. Enfasi retorica che rende il professor Gri sospettoso al punto da chiedersi cosa stia realmente accadendo. E osserva: “Il modello di sviluppo nel quale anche il Friuli si stava proiettando in quegli anni, trasformazione accelerata dai capitali della ricostruzione, è in crisi: ciò che è stato ricostruito si svuota, le fabbriche chiudono, i giovani riprendono a partire”. Parla di un nuovo terremoto e concorda con Cappello quando dice che “il Friuli ha già nuove macerie di cui occuparsi, quelle degli ultimi vent’anni”. L’incontro con Gri termina con una sua domanda: “Nell’Europa della crisi che alza muri lungo i confini, saremmo capaci, oggi, di reagire ad una simile catastrofe con lo slancio di allora? La solidarietà del dopo terremoto può essere una lezione solo se si riverbera oggi nell’accoglienza verso gli altri”. Niente di meno. Sfide complesse per quella che Cappello ricorda essere una società individualista e poco incline a coltivare la memoria. Poi, dalla riflessione sul ruolo della sua poesia emergono possibilità e urgenza di recuperare il patrimonio di un’io collettivo la cui scomparsa è forse il prezzo più alto pagato alla modernità. “È importante vivere la propria interiorità senza scordarsi che si è parte di una comunità. Anzi, le due cose sono legate, al punto che se dico io e individuo il mio io più profondo, in realtà dico noi. Prima di lasciarlo, gli chiedo di leggere i suoi versi