Il dibattito politico e giornalistico degli ultimi mesi si è focalizzato attorno alla questione del riconoscimento giuridico delle coppie dello stesso sesso. Se n’è parlato tanto: del ddl Cirinnà, così come della stepchild adoption, e pure della gestazione per altri. Ma ciò che è forse sfuggito alle tante fanfare che – certo non ingiustamente, ma sicuramente fuori spartito – celebrano questo piccolo passo come una grande vittoria, è che questo non è che, per l’appunto, un piccolo passo. La frontiera mobile dei diritti è sempre in avanzata, e certo non può dirsi definitivamente stabilita con il ddl Cirinnà.

Rispetto a questa frontiera, la lotta contro l’omofobia e la transfobia è un altro dei valichi dai quali non possiamo più permetterci di non passare. La notizia di ieri del ragazzo di Bari suicidatosi perché non accettato dalla famiglia adottiva solleva, oltre che tanta rabbia, numerosi quesiti, tra i quali, purtroppo, anche quello dell’attuale silenzio della classe politica sul bullismo scolastico e familiare contro gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Il Consiglio d’Europa, nella sua Raccomandazione 2010(5) del 31 marzo 2010 ha auspicato, oltre all’espresso riconoscimento delle formazioni familiari composte da persone omosessuali, anche l’apprestamento da parte degli Stati membri di una serie di strumenti in tema di discorsi d’odio, libertà di espressione e di riunione, rispetto della vita privata e familiare e, non da ultimo, di educazione. Il problema del disagio psicosociale dei giovani gay e delle giovani lesbiche si combatte infatti non solo – e non tanto, a mio personale giudizio – attraverso un accrescimento dei poteri punitivi dello Stato, bensì in via primaria attraverso una molteplicità di interventi di natura educativa e sociale, e soprattutto mediante una presa di coscienza della gravità del problema. Ed è quest’ultima che sembra mancare nell’attuale panorama politico.

A cominciare da quelli che si riempiono la bocca con slogan del tipo “prima i bambini!” e “chi pensa ai bambini?”, bisognerebbe anzitutto interrogarsi sulla pericolosità della cosiddetta campagna anti-gender (ma la si può chiamare in diversi modi), portata avanti da certi politici nazionali e locali, della quale temo stiamo sottovalutando sia la portata comunicativa, sia l’intrinseca pericolosità politica. Ho letto sui social network commenti allucinanti di utenti che temono che ora l’episodio del diciottenne di Bari venga sfruttato dalle temibili “lobbies omosessualiste” (sic) per diffondere la terribile “l’ideologia del gender” (sigh!).

I bambini, siano essi Lgbt ovvero eterosessuali francamente poco importa, hanno un diritto fondamentale a vivere, studiare e apprendere in un ambiente sicuro – sono parole del Consiglio d’Europa, e le faccio subito mie – libero da violenza, bullismo, esclusione sociale e altre forme di discriminazione e trattamenti degradanti collegati all’orientamento sessuale e all’identità di genere (v. i par. 31 e 32 della citata Raccomandazione). È veramente stupido, e anche falso e ipocrita, ritenere che cercare di costruire un ambiente sicuro per i giovani gay e le giovani lesbiche costituisca la manifestazione, come si sostiene, di una subdola “ideologia” volta a distruggere le differenze sessuali o addirittura a provocare l’estinzione della società umana.

C’è poi un altro punto da sottolineare. Come credete possa sentirsi oggi un adolescente italiano o un’adolescente italiana di fronte a una politica e a un dibattito pubblico che, se non impone il silenzio sul tema dell’omofobia nelle famiglie e nelle scuole e dell’omofobia istituzionale più in generale, alterna a quest’ultimo, come scrive il costituzionalista Andrea Pugiotto sulla rivista GenIUS, la rivista giuridica sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, “le etichette denigratorie (frocio invece di gay), le etichette categoriali (culattoni invece di omosessuali), gli scherzi di odio (che, ridendo, rinsaldano il pregiudizio, come rappresentato in una nota sequenza del film Philadelphia di Jonathan Demme), il ricorso agli insulti («nella vita bisogna provare tutto, tranne la droga e i culattoni», Renzo Bossi dixit), fino ad integrare vere e proprie fattispecie di reato (ingiuria, diffamazione, istigazione)“?

Né possono trascurarsi, continua Pugiotto, “le strategie argomentative adoperate per mascherare il dato di realtà di un’odiosa discriminazione: la banalizzazione (del tipo «non riesco a capire perché picchiare un omosessuale sarebbe un’aggravante, mentre picchiare me, che non ho particolari quali cazioni sessuali, sarebbe meno grave», come ha scritto Piero Ostellino, Gli errori della legge anti omofobia, ne Il Corriere della Sera, 3 agosto 2013), la rivalità tra vittime («basta con la storia dell’omofobia e della transfobia! Oggi ci sono ben altre emergenze»), la gara tra catastrofi («la persecuzione degli omosessuali è niente a fronte della corsa agli armamenti e dei disastri ambientali»), il capovolgimento dei ruoli («i gay, vittime ieri, sono oggi una lobby potente»), il negazionismo (perché l’omofobia si manifesta soprattutto quando non pronuncia l’oggetto della sua discriminazione, negandola)”.

Basta leggere il blog di Diego Fusaro proprio su questo portale per rendersi conto di quanto tali strategie argomentative, ridicole prima ancora che insensate ma soprattutto gravide di conseguenze sul piano politico, siano ancora profondamente radicate nel discorso pubblico.

C’è infine un ultimo punto che merita una riflessione. Si tratta dell’idoneità all’adozione di una famiglia che considera inaccettabile l’omosessualità di un figlio. Se vogliamo parlare di responsabilità, al netto di quelle dei genitori che dubito possano essere rimasti indifferenti al suicidio del figlio e il cui dolore credo vada sommessamente rispettato, bisognerebbe capire come possano ancora sussistere sacche tanto estese di omofobia nel panorama sociale italiano da rivelare, com’è accaduto a Torino, che esistono condomini intolleranti all’idea di vivere accanto a una coppia di gay o di lesbiche.

Dobbiamo farcene una ragione. Se qualcuno ritiene inaccettabile (con)vivere con persone omosessuali, il problema è suo, non loro.