Dovunque vai dove si parli di televisione, il palinsesto non lo senti nominare quasi più da nessuno come se di carrozze a cavalli al Salone dell’Auto. Ogni attenzione va invece all'”algoritmo”. Che, per chi non lo sapesse, è la fila di passi prescritti nel computer perché esegua questo o quello, dalla scrittura, alla grafica, alla musica, al video, eccetera eccetera compiti che intendete fargli svolgere. Insomma, di algoritmi ce n’è una infinità, ma chi che fa innamorare massmediologi, dai più freschi ai più maturi, è quello che costruisce il profilo dello spettatore. Sicché accade che vi abbonate, per esempio, a Netflix e siete invitati, anzi obbligati, a indicare (lo abbiamo scrupolosamente fatto anche noi) più o meno i vostri gusti di genere (sentimento, avventura, crime, risate, lacrime e via tipizzando).

Da quel momento aprendo Netflix vi compariranno automaticamente le locandine e i riassuntini delle cose che dovrebbero essere gradite a come vi siete descritti. Se poi vi scappa il telecomando su qualche film o titolo marginale rispetto al vostro mainstream, subito l’algoritmo se lo annota e comincerà a propinarvi altre storie più o meno apparentabili. Il massimo dell’efficienza? Bah! Il problema è che dopo qualche scorpacciata di ciò che più vi attira a prima vista, comincerete a essere stufi di voi stessi e dei vostri gusti, perché siete umani e il tradimento, come si sa è sempre in agguato nella vita, tant’è che talvolta vogliamo tradire anche noi stessi. Ma l’algoritmo è bigotto, vi incalza come gli strambi valletti di “K” al Castello. Insomma, non si esce dalla solita sbobba. A meno che, spinti dalla nausea, non vi mettiate a compitare (scomodissimo col telecomando) il titolo di un film eccentrico, ma per cercarlo dovete ovviamente conoscerlo. E quindi torniamo daccapo: al restare prigionieri di quel che già sapete, entro i soliti orizzonti di gusto.

È proprio quando il telecomando si impiglia in questa trappola algoritmica che proviamo nostalgia per la televisione generalista, specie quella pubblica monopolista che ti imponeva sì di vedere quel che decideva lei, ma ti costringeva in qualche modo ad assaggiare cose che altrimenti non avresti avvicinato, come si dovrebbe fare nel difficile rapporto fra i bambini e la verdura. Ma siccome lì non si torna, cominciamo a chiederci se non stiamo correndo davvero, più che in ogni altro momento, il rischio di starcene rinchiusi, per mancanza di provocazioni e imposizioni aliene, nelle tribù consuetudinarie in cui ossessivamente ci rispecchiamo. Prigionieri di amici e cerchie, di following e follower e della miriade di algoritmici club dove ti sembra di incontrare gli altri e invece trovi sempre te stesso. Come porcellini nella ruota della comunicazione “finita” proprio mentre ci si dice che stiamo godendo, prima di tutte le precedenti generazioni, di possibilità di comunicazione sconfinate.