* di Luigi Manfra

Nel Mediterraneo, tranne rare eccezioni, la libertà di stampa non gode di buona salute. Basta consultare le pubblicazioni annuali che Reporters sans Frontières e Freedom House hanno pubblicato di recente per verificare come la situazione peggiori di anno in anno. Nella classifica 2016 di Reporters sans Frontières l’Italia, su 180 paesi censiti, si colloca al 77° posto perdendo 4 posizioni nei confronti dell’anno precedente e ben 28 dal 2014 quando occupava il 49° posto.

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Per Freedom House che adotta un diverso metro di misura la stampa italiana viene definita come parzialmente libera. Le critiche più ricorrenti rivolte al nostro paese da queste organizzazioni sono le minacce e le intimidazioni che i giornalisti ricevono dalla criminalità organizzata e le querele per diffamazione provenienti soprattutto dai politici che con questo strumento tentano di scoraggiare inchieste scomode.

Nell’Europa mediterranea Spagna e Francia sono classificate ben al di sopra dell’Italia, e soltanto la Grecia fa peggio, piazzandosi all’89° posto Nei paesi della sponda sud del Mediterraneo, tutti collocati nella seconda metà della classifica, la situazione è in continuo deterioramento innanzi tutto per paesi come la Libia, l’Egitto e la Turchia per motivi così noti e ampiamente diffusi dai media, che non è necessario ricordarli ancora.

Fa eccezione la Tunisia che migliora visibilmente la propria classifica grazie al recente processo di transizione democratica avviato dopo le ultime elezioni. Un’attenzione particolare vorrei dedicare all’Algeria, che pur ricevendo un giudizio negativo, ed in peggioramento nei confronti dell’anno precedente, è un paese dove la stampa indipendente è particolarmente combattiva, nonostante le crescenti difficoltà di natura politica ed economica aggravate, tra l’altro, dalla caduta del prezzo del petrolio.

Ne è testimonianza un film presentato al festival di Locarno e proiettato nei cinema francesi nel gennaio di quest’anno dal titolo “Contre – pouvoirs”opera del regista algerino Malek Bensmail. Il film ha avuto un’anteprima nel settembre del 2015 al Film Forum di Bejaia in Algeria alla presenza dei giornalisti e dell’editore del più diffuso giornale in lingua francese El Watan (La Patria) nella cui redazione la pellicola è stata girata.

Il film, dedicato alla memoria dei 120 giornalisti algerini assassinati dagli islamisti durante la guerra civile che insanguinò il paese per più di dieci anni, è soprattutto un incontro con chi fa il giornale per raccontare lo sforzo necessario a rendere El Watan un mezzo di informazione libero e indipendente. In definitiva è una riflessione sul lavoro giornalistico in un contesto difficile come è quello dell’Algeria contemporanea, dove la libertà di espressione subisce mille condizionamenti.

El Watan, ad esempio, è riuscito a dotarsi di una tipografia propria affrancandosi dalla dipendenza che molti giornali hanno verso le tipografie, quasi tutte di proprietà dello Stato, riuscendo in tal modo a consolidare la sua presenza nel mercato dell’informazione algerina. Più di recente il mercato dell’informazione sta vivendo un attacco massiccio da parte dei nuovi tycoons algerini, interessati all’acquisto di gruppi editoriali, stampa e televisione, con il rischio di ridurne l’indipendenza ed avvicinarli al potere politico.

Un esempio eclatante è offerto da El Djazairia, televisione innovativa con alcuni programmi satirici di successo, che è passata nelle mani di un nuovo proprietario che ha modificato radicalmente il profilo e la linea editoriale dell’emittente. Anche la televisione Kbc del gruppo editoriale Al-Khabar, primo giornale in lingua araba del paese, è in procinto di cambiare proprietà. E anche in questo caso l’acquirente è un uomo d’affari più interessato ad un uso politico dei media che ad un’ informazione indipendente.

* Responsabile progetti economici-ambientali UNIMED già docente di politica economica presso l’Università la Sapienza di Roma