cover_dagger moth_x press-01Chi frequenta questo blog conoscerà senz’altro Sara Ardizzoni aka Dagger Moth, one-woman-band che con chitarra elettrica, voce ed elettronica, miscela loop e noise creando melodie in bilico fra caos e struttura. Nel nuovo album Silk Around The Marrow, il secondo da solista, uscito da pochi giorni, tesse una tela sottilissima, puntando su dieci canzoni scritte e organizzate in completa autonomia. È una a cui piace parecchio mescolare le carte in tavola Sara, “una tendenza legata ai miei ascolti eterogenei, ma anche al fatto che mi annoio molto facilmente. Mi appassiona e mi incuriosisce cercare di proporre stimoli legati a generi diversi all’interno di uno stesso brano, possibilmente anche qualche deviazione inaspettata, a mio rischio e pericolo”.

Sara, da pochi giorni è uscito il tuo secondo album: ci racconti come è nato e da cosa è stato ispirato?
Il disco è nato seguendo un processo inverso rispetto a quanto fatto per il primo album in solitaria. In quel caso ero partita dai live, facendo praticamente una trasposizione su disco dei brani nati per sul set dal vivo. In quest’ultimo lavoro, invece, ho seguito la strada opposta, registrando un bel po’ di bozze nel mio studio/salotto, ma avendo delle atmosfere ben precise in mente, da curare e modellare meglio in studio.

C’è un concept alla base dal quale sei partita?
Silk Around the Marrow non ha un concept alla base, ci sono sempre io dispersa qua e là. I brani sono un po’ come le pagine di un taccuino, sono i miei schizzi. Impressioni nate da un’emotività quasi compulsiva. In questo lavoro, i brani  hanno molto a che fare con il corpo. Un corpo di donna legato dal punto di vista di una donna. Un corpo, suo malgrado, connesso a una serie di stereotipi sull’essere donna a cui io amo particolarmente sfuggire. Un corpo indissolubilmente legato alla natura, per forza, deperibilità, capacità/incapacità di trasformazione. L’accostamento tra midollo (marrow) e seta (silk) di certo ha a che vedere con quello che faccio. Suonando tendo a esporre lati molto intimi e crudi della mia personalità, ma li avvolgo con un filtro, che è la musica.

C’è un aspetto sul quale ti sei particolarmente concentrata?
Beh, rispetto al mio lavoro precedente volevo che il disco avesse una veste più “omogenea”, sonorità diverse che però potessero riportare a uno stesso linguaggio. E’ difficile spiegare la musica a parole, e pur nascendo come chitarrista ho cercato di curare meglio le voci e le parti di elettronica,  mantenendo comunque il tutto sempre piuttosto minimale e scarno.

Quali sono le tue ambizioni legate a questo disco?
Spero che la mia musica possa circolare, suscitare curiosità ed emozioni, portandomi a suonare in giro, esplorando nuovi percorsi. Con tutti i limiti che immagino di poter avere, in particolare relativi al fatto di cantare in inglese o rispetto al tipo di musica che in Italia va per la maggiore o che viene inculcato per la maggiore dall’alto, o che si fa credere vada per la maggiore anche dal basso

Nel mondo della musica dove ti piacerebbe arrivare?
Posto che i mondi della musica sono tanti, direi arrivare a collaborare con persone che stimo, per il piacere di farlo. A suonare più spesso all’estero. In quanto al campare di sola musica, beh soprattutto di questi tempi, sembra un’utopia… ma teenage dreams so hard to beat, diceva qualcuno.

In una delle interviste che ti ho fatto, hai detto che Marc Ribot è il tuo musicista preferito: non capita a tutti di suonare insieme al proprio idolo…
Infatti! Questo sì che è stato un sogno realizzato. Non mi dilungo sulla storiache ha portato alla sua collaborazione su un brano (Event horizon), ma ho avuto la fortuna di incontrarlo e scambiarci qualche chiacchiera di persona, ma anche via email, e da cosa nasce cosa. Io gli ho proposto di cantare su un brano, proprio perché mi pareva un’idea interessante e personale: un contributo vocale  da un chitarrista di fama mondiale come lui… e Marc ha gentilmente accettato, mandandomi le sue tracce, registrate però non qui,  ma in studio a New York. Poi mi è capitato di aprire un suo concerto qualche mese fa, al jazz club di Ferrara e ancora una volta mi ha dato l’impressione di essere un musicista onesto, umile e appassionato.

Prossimi progetti?
Dormire di più! Ho una vita un po’ frenetica per portare avanti tutto da sola, come  musicista, etichetta, ufficio stampa, booking…,non vivendo di soli suoni. Nell’immediato ho in programma una decina di concerti in giro, e mi auguro che anche per i mesi estivi spuntino nuovi ingaggi. Guardando ancora oltre, spero di lavorare ad alcune musiche per la colonna sonora di un lungometraggio dalle tinte piuttosto inquietanti…