Fermatevi. Fermiamoci. Prendiamo fiato, rallentiamo, facciamo sosta. Non per questioni ideologiche, o romantiche, ma per necessità. Esce domani, 6 maggio, Le canzoni della cupa, nuovo imponente album di Vinicio Capossela. E per affrontarlo ci vuole tempo. E coraggio. Ventinove canzoni, divise in due cd, Polvere e Ombra. Se lo prendete in vinile, ci ha detto un divertito Capossela durante la presentazione alla stampa, pesa quasi mezzo chilo: un lavoro di un certo peso. Ecco, la presentazione. Per location Capossela ha scelto il Diurno di Piazza Oberdan, a Milano, aperto appositamente per la stampa dal FAI. Un edificio degli anni Venti, lasciato così come era. Niente di restaurato, macchie di umidità ovunque, polvere e ombre, appunto. Oggetti di un tempo, rimasti intonsi. Un luogo, questo, dove passava la gente che arrivava a Milano, vicino com’è alla stazione, ma di cui usufruivano anche gli abitanti della zona, il quartiere dove oggi vive Vinicio.

Le canzoni della cupa non è un album di quartiere. È un album di paese. È un album del sud. Un album del mediterraneo. Capossela ci ha spiegato con un effluvio che è impossibile imitare, e forse non è sensato imitare, perché già le canzoni parlano per lui. Ci ha spiegato Capossela che questo progetto è nato tredici anni fa, nel 2003, e che nel tempo ha preso corpo, massa, ha occupato spazio, fino a diventare centrale, spostando verso la periferia altri progetti e divenendo Il Progetto da portare avanti, da consegnare alle stampe anche per metterci un punto. Un album che parte da lontano, quindi, ma da molto più lontano del 2003. Parte dalle stupende canzoni di Matteo Salvatore, e quindi dal paese in cui Matteo Salvatore le scrisse e le raccolse, Apricena, in provincia di Foggia.

Sono canzoni, quelle di Salvatore, che hanno spinto Capossela verso il nostro folk, la nostra cultura contadina e musicale. Non un lavoro filologico, questo, ma di immersione in una musica, quella delle origini, del mediterraneo, che ha chiesto una full immersion. Un lavoro complesso, avvenuto a distanza da qui, nel Paese dei Coppoloni, per citare un libro e un film che di questo lavoro sono parenti stretti, forse la stessa cosa. Un lavoro di polvere e ombre, di sudore e muscoli, di storie sentite, raccolte, riscritte, di musiche ascoltate, rimpallate, cresciute dentro e fuori. A fare da collante, ci dice Capossela, una attitudine verso la verità. A fare da collante, diciamo noi, Vinicio Capossela, uno dei pochi artisti italiani con un’idea, con più idee. Anche troppe, magari, perché ventinove canzoni, oggi, sono davvero tante, un impegno incredibile richiesto all’ascoltatore. Ma un impegno che ripaga. Eccome se ripaga.

Non perché le ventinove canzoni siano tutte bellissime. E neanche perché siano tutte coerenti, musicalmente, al progetto stesso, con derive che dal nostro meridione portano in Arizona, coi Calexico, o nel mondo del Tex Mex, con Flaco Jimenez, e in California con quello mariachi dei Los Lobos. Il tutto mischiato con le canzoni registrate nel paese dell’Eco, quello raccontato, appunto, nel film. Roba da Alan Lomax, o De Martino, per capirsi. Ma non affrontata con piglio filologico, o antropologico, ma con la curiosità e l’amore del musicante, del cantastorie, del cantautore.

Ecco, Capossela è un artista vero. Oggetto raro, oggi. Insegue idee, spesso complesse, difficili da raccontare, naif. Ma lo fa e lo fa bene. Ama le sue canzoni, ama il suo pubblico. E per il pubblico costruisce opere d’arte. Come saranno, si suppone i due concerti su cui sta lavorando, il Tour Polvere, pensato per luoghi aperti, con undici musicanti sul palco, mariachi, trombettisti e via discorrendo, e il Tour Ombra, teatrale, autunnale, con gli strumenti del diavolo, a corde, violini in testa. Lui, del resto, per incidere queste canzoni, lontano da Milano, ha dovuto rinunciare al suo piano, optando per chitarra e fisarmonica. Questo chiedevano le canzoni. Per ascoltarle, queste canzoni, per sfogliare il concept di questo doppio extralarge, in un formato unico e perpetuo (cioè non uscirà mai la semplice versione in plastica, che snaturerebbe lo strano e poetico artwork), per capire le parole, per gustare i suoni, magari anche per annoiarsi di fronte a tutta questa musica, ci vuole tempo. Tanto tempo. Altrimenti si può fare altro, skippare, andare di MP3, uscire dal quartiere e lasciarsi sommergere dal traffico e da quella roba lì.