Non intralciare l’attività dei negozi e minimizzare la sottrazione di risorse alle attività commerciali. Sono questi alcuni dei principi che hanno guidato la giunta regionale lombarda nella redazione del nuovo regolamento di disciplina delle cessioni a fini solidaristici“. Per intenderci, le vendite di beneficenza che vengono effettuate nelle piazze italiane per raccogliere fondi a favore di persone in difficoltà, ricerca su malattie e altro ancora. Insomma, da oggi in Lombardia sarà più complicato organizzare la vendita di arance o di azalee per raccogliere fondi per la ricerca sul cancro, oppure vendere torte o caldarroste per finanziare il progetto di una scuola o di un’associazione no profit.

La giunta Maroni, infatti, nel nuovo regolamento approvato lo scorso 18 aprile ha messo nuovi paletti e previsto adempimenti burocratici che sembrano andare nella direzione di recare il minor danno economico possibile a quelle attività commerciali che vendono prodotti simili a quelli ceduti estemporaneamente dalle associazioni no profit. Ad esempio le aree pubbliche sulle quali le associazioni effettueranno le vendite a fini solidaristici dovranno essere individuate dai Comuni di riferimento “in accordo con le associazioni imprenditoriali maggiormente rappresentative – si legge nel disciplinare – per il settore commercio su aree pubbliche, tenendo conto della densità delle attività commerciali e della intensità dei flussi di pubblico, così da evitare sia l’eccessiva concentrazione delle attività promozionali in vicinanza dei negozi, sia il confinamento delle attività di cessione in aree eccessivamente marginali in cui la raccolta di fondi risulterebbe troppo esigua”.

Il comune tiene anche conto “dell’opportunità di indirizzare le attività verso aree dove già si riscontrano flussi significativi di pubblico” dovuti alla presenza di servizi non commerciali (ospedali, scuole, uffici, alberghi) con l’obiettivo di “massimizzare il risultato dell’attività di raccolta fondi minimizzando la sottrazione di risorse alle attività commerciali”. Ma secondo Niccolò Contucci, direttore generale dell’Associazione italiana ricerca sul cancro (Airc) che l’8 maggio sarà in 3.700 piazze italiane a vendere per finanziare le proprie attività, il problema non esiste: “Airc si adegua ai regolamenti, e ci mancherebbe. Ma – spiega a ilfattoquotidiano.it – i numeri smentiscono qualsiasi ipotesi di concorrenza alle attività commerciali da parte delle nostre raccolte fondi effettuate nelle piazze. Dai dati in nostro possesso risulta che, in un anno, tutte le associazioni no profit che hanno effettuato vendite di fiori a scopo benefico sul territorio nazionale abbiano distribuito un milione di piante e fiori. Solo noi dell’Airc ne abbiamo venduti 600mila. Nel solo giorno della Festa della donna, l’8 marzo, i fioristi italiani hanno venduto oltre un milione di mimose. Per cui, mi sembra che la questione della nostra concorrenza proprio non si possa porre”.

Per il resto, Contucci ritiene giusto che Regione Lombardia abbia messo un ordine nella materia obbligando i comuni ad approvare un piano delle cessioni a fini solidaristici, definendo le distanze dei banchetti solidali dagli esercizi commerciali simili e il numero massimo di volte che una stessa vendita potrà essere effettuata. E gli ulteriori adempimenti burocratici (presentare domanda in Comune per il banchetto almeno 30 giorni prima e altre documentazioni) devono essere visti come un tentativo di rendere più trasparenti le attività di raccolta fondi.

Negativa invece la lettura del consigliere regionale del Pd, Marco Carra, fa delle intenzioni che hanno spinto la giunta Maroni a predisporre il regolamento: “Quando sei mesi fa fu approvata la legge – commenta – avevamo purtroppo visto giusto: la Regione mostra i muscoli sempre contro i più deboli. Sono tantissime le associazioni che raccolgono fondi con i banchetti, tante le persone che vi si dedicano gratuitamente per sostenere la ricerca contro le malattie o per finanziare attività per i ragazzi, per i disabili e per le persone in difficoltà. La Regione dovrebbe aiutarli, non complicargli la vita come sta facendo con questo regolamento. E c’è un fattore non secondario, che sono gli ulteriori adempimenti a carico dei comuni. Questi, inevitabilmente, si riverseranno sui cittadini che non capiranno per quale ragione per iniziative benefiche siano necessari tanta burocrazia e tanti paletti”. Sulla stessa lunghezza d’onda Sergio Silvotti, portavoce regionale del Forum per il Terzo Settore: “Un regolamento di cui non c’era nessun bisogno – dice a ilfattoquotidiano.it – e che fa riferimento a norme già esistenti, complicando, però, le attività di volontariato. Si parla tanto di sussidiarietà e poi si producono regolamenti che fanno passare la voglia di fare volontariato”.