Come lavorano i grandi artisti? Quanto conta la disciplina per uno scrittore di fama mondiale? Siamo abituati a pensare che la creatività sia legata alla sregolatezza, all’alcool e alle nottate in bianco, con il posacenere pieno e la finestra aperta sulla notte. A volte è vero, spesso è molto peggio. Una domenica di luglio, nel 2007, Mason Currey avrebbe dovuto scrivere un articolo ma non riuscendo a trovare l’attacco e complice un pc, ha iniziato a curiosare in rete, scoprendo il metodo di lavoro dei suoi idoli, da Hemingway a Chopin, da Matisse a Franzen. Quel giorno stesso inaugurò un blog che ebbe un gran successo, da cui fu tratto un best-seller internazionale. Rituali quotidiani (Vallardi, pp.272 €15,90) è semplicemente un libro geniale, che getta una nuova luce sulle routine di alcuni fra i maggiori talenti della cultura occidentale.

Ad esempio, il celebre W. H. Auden viveva una vita scandita da un ritmo militare, convinto che ciò fosse essenziale per la sua creatività. Si alzava alle sei del mattino, beveva un caffè ed era subito al lavoro, proseguendo sino al pomeriggio inoltrato. Non lavorava mai la notte. Ma Auden aveva anche una ricca “vita chimica”. Prendeva ogni giorno delle anfetamine, il suo “congegno salva-lavoro”, che sommava ad alcool, caffè e tabacco. Poi la sera, per riposare, chiudeva il cerchio con un forte sedativo. Il pittore Francis Bacon, invece, amava lavorare con i postumi della sbornia addosso (“la mia mente scoppietta di energia”) mentre Thomas Wolfe un giorno in preda al blocco della scrittura, scoprì che se si denudava, si affacciava alla finestra e si accarezzava i genitali, “a riposo, senza nessuna erezione”, le sue energie mentali riprendevano vigore.

La giallista Patricia Highsmith, Voltaire e Marcel Proust amavano lavorare a letto sino a tarda sera, immersi fra appunti e cibarie invece Federico Fellini era molto mattiniero ma non telefonava a nessuno prima delle sette del mattino, “alcuni mi considerano come un servizio sveglia”. Il presidente Benjamin Franklin amava la routine e ambiva alla “perfezione morale” ma la sua passione era il “bagno d’aria”. Convinto che l’acqua fredda fosse traumatizzante, ogni mattina si spogliava e si sedeva per un’ora intera a scrivere alla scrivania. Il legame con la nudità ritorna anche in Franz Kafka, che ogni giorno verso le sette di sera, faceva ginnastica nudo e con la finestra aperta. Ludwig Van Beethoven si alzava all’alba, si preparava una tazza di caffè con sessanta chicchi – che contava personalmente – per poi lavorare sino alle tre di pomeriggio, senza sosta. Anche Kierkegaard aveva un modo preciso di prendere il caffè: rovesciava un cumulo di zucchero nella tazzina, aggiungeva il caffè nero bollente e lo sorbiva immediatamente. E ripeteva questa operazione svariate volte al giorno, intervallandola con bicchierini di sherry.

Balzac si alzava all’una di notte e scriveva quattordici ore, intervallate da brevi pisolini, bevendo sino a cinquanta tazze di caffè al giorno. Al contrario, lo scrittore nipponico Haruki Murakami è un vero salutista. Si alza ogni giorno alle quattro di mattina, lavora per cinque o sei ore e nel pomeriggio va a correre o a nuotare. Alle nove di sera è già a letto. Perché? “Con la ripetizione della routine quotidiana ipnotizzo me stesso per raggiungere uno stato mentale più profondo”, afferma l’autore di IQ84. Ecco il prezzo del talento. Ma chi l’ha detto che non si può scrivere a comando? Lo scrittore Anthony Trollope, autore di quarantasette romanzi, scriveva ogni mattina solo per tre ore, prima di andare al lavoro. Ogni quarto d’ora sfornava 250 parole con precisione e se terminava il romanzo, tirava fuori un foglio bianco e iniziava il successivo. Ma sono centinaia le curiosità che rivela Currey, ad esempio Louis Amstrong fumava marijuana tutti i giorni, Woody Allen cambia stanza per inseguire l’ispirazione e David Lynch per sette anni, ha mangiato tutti i giorni allo stesso tavolo di una tavola calda, scrivendo solo sui tovaglioli di carta.