L’accoppiata del martedì fra Giannini e Floris, coi loro talk ormai trascolorati in magazine di varia umanità, ma pur sempre caposaldi della chiacchiera politica, è in un periodo di buona salute: rispetto, ad esempio, all’anno passato (e guardando agli ascolti conquistati nel cuore più competitivo della serata, dalle 21.30 alle 23.00), si sono spartiti il pubblico con 1,6 milioni per Ballarò e 1,9 milioni per DiMartedì (che per entrambi ci pare sia il massimo da un anno a questa parte). Se poi si guarda alla percentuale di questi ascolti rispetto al totale degli spettatori presenti davanti al video, il dato diventa davvero notevole, perché sommando il 7,4% di DiMartedì e il 6,2% di Ballarò, si comincia a rivedere quel 13-14% che costituiva la soglia minima che Floris era solito riscuotere, sempre al martedì, ma senza antagonisti, ai suoi tempi di Rai 3.

Quel che sta accadendo è che gli spettatori del magazine-talk tengono o aumentano, mentre la platea complessiva degli spettatori sta praticamente crollando. Basti notare che il 5 maggio del 2015 erano davanti alla tv in quasi 29 milioni, mentre martedì 3 maggio 2016 se ne contavano tre milioni di meno. La crescita in controtendenza degli spettatori di Floris e Giannini avvalora il “segnale debole” già suscitato dalla ripresa dell’ascolto del TG7 (il tg dei momenti accesi), che fra i cittadini stia avvenendo una sorta di scissione e radicalizzazione. Come se una parte si sentisse già fuori dalla crisi o dal suo peggio e, come abbiamo più volte sostenuto che accade, sol per questo esca di casa a spendere i soldarelli che si ritrova in tasca. Mentre, per converso, sta crescendo la rabbia in altre parti della società che ancora non vedono la luce in fondo al loro tunnel. Insomma, la situazione è duale e possiamo perfino supporre che il miglioramento della situazione per gli uni rinfocoli la frustrazione degli altri.

Chi sono gli “altri”, quelli che in casa sono costretti a restarci e che seguono con attenzione crescente i pulpiti televisivi? Si tratta essenzialmente di chi è marginale o assente dal mercato del lavoro, e dunque chi è avanti con l’età e che anela alla pensione o è mensilmente impegnato, con le prevedibili difficoltà, a farsela bastare. Se quello è il pubblico, ovvio che la narrazione lo segua e che si tratti di una narrazione di crisi. È altrettanto ovvio che in queste condizioni la posizione che tocca ai sostenitori del Governo Renzi sia scomodissima perché la “politica del fare”, che non è più quella rottamazione che metteva d’accordo un po’ tutti, è significativa solo per chi da quel fare riscuote o si attende un miglioramento. Proprio quel pubblico che ha cominciato ad allontanarsi dalla tv e dai suoi talk show. Che quindi, volentieri o malvolentieri, sembrano destinati a rincorrere il pubblico che c’è: quello della sofferenza e della protesta.