Discriminato e ingiustamente punito per essersi presentato in classe vestito da donna, ricorre al giudice del Lavoro e chiede un risarcimento di 10 mila euro al Ministero della Pubblica Istruzione oltre all’annullamento della sospensione di tre giorni dal servizio. “D’ora in poi chiamatemi Cloe”, aveva detto L. B., tecnico-docente di Fisica, un mattino dello scorso novembre, quando era entrato nell’aula di una classe prima dell’istituto superiore Scarpa-Mattei di San Donà di Piave. Gli allievi non se l’aspettavano. Capelli color platino, seno prosperoso e abbigliamento femminile. Per davvero quella persona era lo stesso docente che il giorno prima era andato al lavoro vestito da uomo. Ma non si trattava di una mascherata, bensì di un modo di fare “outing”. “Lo desideravo da quando avevo cinque anni, ma l’ho fatto solo adesso perché sono diventata finalmente di ruolo” aveva ammesso L. B., quasi liberato da un peso.

Dopo lo scalpore era venuta la censura di un ispettore ministeriale. A precederla, le durissime dichiarazioni dell’assessore regionale all’istruzione del Veneto, Elena Donazzan, ex An, eletto con il Pdl. “Non entro nella sfera sessuale delle persone, sono aspetti privati e personali. Ma quando uno va ad insegnare in una scuola statale e si presenta a dei minorenni in questo modo, di fatto tutto diventa pubblico e sono d’obbligo chiarimenti prima e indagini ed eventuali sanzioni poi: sarò inflessibile”. Lo era stato anche il Ministero, infliggendo a Cloe tre giorni di sospensione dal servizio.

L’insegnante transgender si è sentita offesa e discriminata. Per questo si è rivolta all’avvocato Marco Vorano di Venezia che ha presentato un ricorso al Tribunale del Lavoro. Chiede l’annullamento della sanzione e un risarcimento. L’udienza introduttiva della causa si terrà a giugno. L’avvocato contesta la motivazione del provvedimento, che censurava l’“aver messo in atto un comportamento lesivo del decoro della funzione docente, anche ed a partire dall’abbigliamento”. Come dire che l’abito fa il monaco.

L’affermazione è infondata e particolarmente grave: con la congiunzione ‘anche’ si sottolinea in modo platealmente discriminatorio che la prof. avrebbe violato il decoro della propria professione non solo per aver indossato abiti non adeguati, ma anche per aver effettuato la scelta di essere donna in un corpo (momentaneamente) maschile”. Così scrive l’avvocato Vorano, spiegando che i vestiti erano normalissimi e nient’affatto indecorosi. Soltanto che erano vestiti femminili, mentre L. B. all’anagrafe è un uomo. “Ma la prof non appariva, prima del 27 novembre, agli occhi dei propri allievi, come il ‘prototipo del Maschio’”. Il vero genere sessuale dell’insegnante non era un mistero.La ricorrente, dal febbraio-marzo del 2015, è solita girare in orario extra-scolastico vestita da donna. In più occasioni è stato visto abbigliato da donna per la strada. In realtà, il giorno in cui la prof.ssa si è presentata a scuola vestita da donna non ha determinato un clamoroso effetto sorpresa, né sul corpo docente, né sui suoi allievi… La professoressa, benché non fosse tenuta, ha avvertito il proprio superiore gerarchico sulle sue intenzioni, tant’è che quest’ultimo ha organizzato una riunione nel giorno immediatamente, successivo, al fine di notiziare tutta la scuola”. Perché Cloe chiede soldi al Ministero? Perché si è sentita punita e discriminata, “in ragione del proprio essere e non della sua condotta”.