L’Isis comunica utilizzando gli “emoji. Biiip! E il breve segnale acustico copre l’inarrestabile esclamazione triviale troppo difficile da trattenere quando la sorpresa e la paura si mescolano nel migliore dei cocktail delle emozioni. Non si finisce mai di imparare, anche se molti ritengono di sapere già tutto o quanto meno di conoscere quel che basta a procedere indisturbati sulla propria strada. E’ così che si atrofizza la curiosità e si perde il passo con i tempi – che a dispetto della nostra quiete.

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La soluzione tecnologica mitragliata nel brutale incipit sarebbe stata scoperta da una giornalista pluridecorata e qualche anno fa finalista al Pulitzer. Si chiama Rukmini Maria Callimachi, nata in Romania e naturalizzata statunitense, scrive di terrorismo sulle colonne del New York Times e trascorre un mucchio di ore ogni giorno intrufolandosi nelle chat rooms e nelle altre profondità telematiche a caccia di conversazioni di appartenenti e sostenitori dell’Isis.

A differenza di chi dà la caccia a siti web, profili Facebook, account Twitter e altre presenze “conviviali”, la Callimachi non esita a scendere nelle cantine, a scoperchiare tombini, a curiosare nella parte non emersa della civiltà digitale. A differenza dei tanti avventori di Internet, sa perfettamente che le organizzazioni terroristiche sfruttano sì il tessuto connettivo delle moderne tecnologie di comunicazione, ma si avvalgono di soluzioni lontane dalle plateali dichiarazioni sui social. E questi criminali, quando adoperano piattaforme di uso comune, adoperano impercettibili cautele di vago sapore crittografico.

Uno degli stratagemmi ormai consolidati potrebbe proprio essere l’impiego – nello scambio di battute con messaggistica istantanea – dei cosiddetti “emoji”. Il termine appena virgolettato è di origine giapponese ed è la fusione di “e” (immagine), “mo” (scrittura) e “ji” (caratteri). Questo nome indica segni pittografici abbastanza diffusi in sms e mail e che, inventati dal tecnico Shigetaka Kurita, possono essere considerati i cugini dei più familiari “emoticon”.

Questi simboli colorati e talvolta bizzarri sono progressivamente diventati molto numerosi e ciascuno di questi si presta a differenti interpretazioni. I terroristi sanno perfettamente che giornalisti e specialisti dell’intelligence possono infiltrarsi nei loro canali segreti di comunicazione e quindi non esitano ad adottare ogni possibile cautela. La difficoltà di traduzione corretta del vero significato attribuito ad un emoji spiazza chi crede di aver raggiunto il cuore del sistema informatico di comando e controllo dell’Isis o di qualunque altro sodalizio a delniquere. Una sorta di cifratura dei dati compiuta alla luce del sole, senza richiamare l’attenzione del solito ficcanaso.

Ci vorrebbe, forse, un novello Heinrich Schliemann e non solo per la padronanza di una ventina di idiomi, ma anche e soprattutto per l’infinita cultura e l’indomita curiosità che lo hanno caratterizzato. La guerra “cyber” richiede di saper scavare a fondo e di saper leggere pure quel che è nascosto tra le righe. Solo la supremazia dell’informazione potrà garantire qualche speranza di riuscita.
@Umberto_Rapetto