MESSINA – Da noi un teatro così non c’è, non si vede, non si produce, non si fa. Prova a miscelare il fumetto con le proiezioni, una band (due elementi: piano e batteria) che suona dal vivo, mixa il videogioco con il teatro delle ombre e il cinema muto, il tutto in versione punk e grottesca. I disegni che ci accolgono all’apertura del Golem (arrivato qui al Vittorio Emanuele messinese grazie alla direzione di Ninni Bruschetta e alla consulenza internazionale di Corrado Russo) della compagnia inglese “1927” ricordano quelli maleducati di Beavis and Butt-head, animazione di culto Mtv di stampo britannico fine anni ’90.

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Le percussioni e il flusso di immagini che scorrono montano una creazione a rullo, un patchwork dai contorni scoloriti polverosi, leggermente opacizzati in stile video di The Wall, ambientazione da Mary Poppins, atmosfera alla Sherlock Holmes. Potrebbe essere un’evoluzione del nostro vetusto varietà o della dimenticata rivista. Il tema, nel suo impianto brechtiano, circense, a tratti felliniano, ci spinge nei bassifondi, nella periferia di una grande città, Londra?, dove un ragazzo disadattato, nerd senza ragazza, e con un lavoro noioso e ripetitivo, riesce a scrollarsi di dosso paure e tremori grazie all’oggetto del titolo.

Il Golem è un gigante d’argilla, tra Frankenstein e il Lurch degli Addams, gigantesco spaventapasseri, figura antropoforma della tradizione ebraica, letteralmente “massa informe”. Questo mostro, dapprima decerebrato senza volontà né parola, rimane accanto al ragazzo brufoloso e problematico, acquistato per gioco, per curiosità, per noia. Ma le cose che compri alla fine ti comprano. E così l’essere, prima fidato servo e schiavo casalingo, impegnato in pulizie domestiche e commissioni, comincia, invece che a soddisfare i desideri del suo padrone, a proporne di nuovi, imbevuto da pubblicità o manovrato da alte sfere incontrollabili e non intercettabili. Come fu per la tv, come è stato per il pc, come è accaduto per lo smartphone, questi oggetti che entrano nelle case come innocui, cambiano le abitudini, modificano l’habitat, impongono differenti regole. Dal dover regalare libertà e pluralità di scelta diventano dittatori che ordinano, creano bisogni sotterranei indotti.

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E quando il Golem, naif e grezzo, viene aggiornato con un 2.0 e addirittura con un successivo 3.0 da una produzione industriale seriale senza scrupoli che ne ha fiutato l’affare, economico e di sottomissione delle masse (quello che sta accadendo oggi nel mondo reale), allora il danno, per noi, e il guadagno politico, per loro è fatto. Adesso le cose controllano il volere, modellano i sogni ad immagine e somiglianza del venditore facendo divenire il cittadino, con diritti acquisiti, un mero fruitore-consumatore che non ha più possibilità né facoltà intellettiva per ribellarsi e protestare. Il Golem s’insinua nella vita dei comuni abitanti metropolitani come cavallo di Troia, come giocattolo, per poi liberare dall’interno le sue energie e influenze negative.

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All’inizio sembra essere la panacea al problema del tempo libero dell’uomo, la macchina che realizza il lavoro al posto dell’umano fino alla sua deriva, ovvero il robot, che non ha orari, non scende in piazza nei cortei, non ha sindacati né ha bisogno di ferie, malattie e maternità, soppianta l’occupazione degli individui in carne e ossa. Il tempo libero prima agognato adesso si trasforma in inedia, disoccupazione, depressione da riempire con altri inutili acquisti sempre suggeriti dal software che ormai si è travestito da “amico” (appunto il termine usato su facebook per identificare i contatti virtuali), le ore vuote sono un calvario da colmare con un nuovo instupidimento a base di app. S’innesca la dittatura delle macchine di stampo orwelliano, l’uomo inaridito, perde il suo spirito critico, mutandosi in automa, svuotato dalle condizioni principali per potersi definire tale: il ragionamento, la messa in discussione, il dubbio, il pensiero libero.

La macchina tende a globalizzare e uniformare i gusti, così è più semplice il controllo di milioni di miserabili (si fa riferimento al capolavoro di Victor Hugo) che vagano come zombie alla ricerca di cose futili delle quali non hanno bisogno, di oggetti per infarcire abitazioni tutte uguali componibili e scadenti, cose per imbottire questo grande immenso buco nero d’insoddisfazione e superficialità che percepiamo. L’uomo si veste come il Golem in un processo di osmosi e immedesimazione. Il Golem ci standardizza in tanti cloni tutti uguali togliendoci l’imbarazzo dell’errore, l’indecisione, l’incertezza su un futuro che altri, nelle stanze dei bottoni, hanno già preordinato. Il panorama, purtroppo reale e in pieno svolgimento, è desolante, di connessione 24h con mondi che esistono soltanto nell’iperuranio, centri commerciali luccicanti che vendono l’impossibile, la tranquillità e serenità come oppio e ozio dei popoli. E’ l’insegnamento di Fahrenheit 451, di Truman show, è la lezione di Steve Jobs. Uno spettacolo importante.

Visto al Teatro Vittorio Emanuele, Messina, il 15 aprile 2016.