Energia, industria, comunicazioni, media, banche, assicurazioni, lusso. Non c’è settore dell’economia e della finanza italiana in cui i francesi non abbiano un ruolo da protagonisti conquistato con perseveranza e determinazione. Per mettere le mani su Edison, ad esempio, il gigante energetico pubblico Électricité de France (Edf) si batté per ben dieci anni: era una gallina dalle uova d’oro per la quale, solo recentemente, Edf ha valutato la cessione. Non senza coinvolgere il premier Matteo Renzi che, alla fine del 2015, fece sapere di essere in contatto direttamente con l’Eliseo per discutere il dossier. L’energia è del resto un tema strategico, ma non è il solo argomento che anima le discussioni fra Roma e Parigi.

Non a caso nell’ultimo meeting fra il presidente François Hollande e Renzi si è tornati a parlare di consolidamento industriale europeo finalizzato a competere in un contesto globale. In linea di principio, il discorso non fa una piega, ma si scontra poi con le ambizioni colonizzatrici francesi e con vecchi pregiudizi di un’Europa tutta da costruire: da Parigi raramente l’Italia viene vista come un partner, ma è piuttosto un interessante mercato con pezzi pregiati in vendita a prezzi stracciati. Lo sa bene il finanziere bretone Vincent Bolloré che, dopo essere diventato il primo socio privato di Mediobanca, ha affidato la guida della controllata Generali al suo uomo di fiducia, Philippe Donnet. Non solo: è diventato il primo azionista di Telecom Italia attraverso la controllata Vivendi e ha orchestrato uno scambio azionario con la Mediaset di Silvio Berlusconi ricevendo in dote la pay-tv Premium.

In ordine temporale, Bolloré é però solo l’ultimo predatore francese che si lancia in acquisizioni dalle alterne fortune per le aziende italiane. Il caso di Parmalat è forse emblematico: la società venne comprata nel 2011 dalla Lactalis della famiglia Besnier in un’operazione ancora oggi contestata dai soci di minoranza di Collecchio e foriera di pesanti tensioni sociali per le promesse mancate sugli investimenti.

E’ andata meglio in campo finanziario, dove pure non sono mancati i raid delle banche d’Oltralpe per conquistarsi un posto in quello che è uno dei mercati più redditizi d’Europa. Nel 2006, ad esempio, Bnp Paribas non ci pensò due volte a lanciare un’offerta sulla Bnl strappandola agli spagnoli del Bilbao. Solo un anno dopo, arrivò in Italia anche il Crédit Agricole, che, dopo essere stato a lungo socio di Intesa, acquistò Cariparma e Friuladria. Ma è nel lusso che i francesi non hanno badato a spese comprando il meglio del made in Italy. Negli anni il gigante Lvmh del miliardario Bernard Arnault ha conquistato i gioielli di Bulgari, le pellicce Fendi, le geometriche stoffe di Emilio Pucci, le scarpe Olga Berluti, il cachemire di Loro Piana e i profumi Acqua di Parma. Non è stato da meno il suo diretto rivale Kering (ex Ppr) del magnate François Pinault che ha collezionato i vestiti da uomo Brioni, la pelletteria e la moda firmata Gucci e Bottega Veneta, i gioielli Pomellato e Dodo. Una sfilata di creatività e di storia italiana che macina utili nelle tasche dei francesi. Esattamente come ha fatto Fiat Ferroviaria che, ideatrice del “Pendolino” venne ceduta dal Lingotto alla francese Alstom. La stessa da cui oggi le Ferrovie Italiane e la Nuovo Trasporto Viaggiatori comprano i treni veloci.